domenica 2 settembre 2018

UNA VITA SPERICOLATA


Marco Ponti ci tiene molto a sottolineare i legami di questo film con quello suo di maggior successo, Santa Maradona, per il quale tutto sommato gode ancora di un meritato credito da parte di molti spettatori, che l'avevano l'amato. E a citare lo stesso Vasco Rossi, incontrato è conosciuto in passato, e dal quale deriva il titolo di questa sua nuova prova, Una vita spericolata. Quella cui anelano probabilmente i due protagonisti, non più Stefano Accorsi e Libero De Rienzo (qui in un cameo), ma Lorenzo Richelmy ed Eugenio Franceschini.

Sono loro gli interpreti principali dell'inseguimento con la polizia che fa sostanzialmente di questa commedia un Road Movie piuttosto surreale, divertito e autoironico, però anche confuso e a tratti ben più che sopra le righe che esagera spesso nel chiedere al suo pubblico di sospendere l'incredulità. Tutto sommato un film che non sembra aver saputo far seguire a una grande motivazione di partenza una scrittura e una regia (soprattutto degli attori) sufficienti e una realizzazione parimenti fruttuosa.

Si parla di fattore umano, di "squadra perfetta"… quella composta dai due suddetti con la Matilda De Angelis post Youtopia - una delle maggiori promesse del nostro cinema attualmente, dopo anche l'inclusione tra le Shooting Star dell'ultima Berlinale - che però può far poco più che ingentilire il quadro generale e aiutare il film a tenere desta l'attenzione dello spettatore. Una sorta di 'volevamo essere i Blues Brothers' attraverso l'Italia nel quale non mancano nemmeno gli sconclusionati poliziotti alle calcagna dei criminali per caso e buoni per indole.

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martedì 21 agosto 2018

WESTWORLD

Westworld

Ambizione. È questa la parola d'ordine del finale di stagione di Westworld. Un'ambizione talmente vasta da finire, alle volte, per schiacciare sotto il suo peso la comprensibilità dell'episodio (e della serie, in generale). Westworld si è sempre mosso come una serpe tra colpi di scena, timeline, ribaltamenti continui. Contiene i pregi e i difetti maggiori della poetica dei Nolan (qui Jonathan, ma non fa grande differenza): il gusto per ottimi twist narrativi, ma purtroppo anche a scapito della coerenza e senza troppa cura per i dettagli.

Ci sono parecchie svolte, nella serie e in questo finale, che vanno accettate dando per scontato che, “siccome i protagonisti sono robot”, possano fare un po' tutto quello che vogliono. E questo è un peccato perché va a cozzare con una mitologia costruita meticolosamente con grande dispendio di mezzi e pignoleria (altra caratteristica nolaniana).

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sabato 7 luglio 2018

IL CASO THOMAS CROWN


Capelli biondi, occhi di ghiaccio, aria da cattivo ragazzo: Steve McQueen è il mattatore de Il caso Thomas Crown, che compie cinquant’anni: usciva negli Stati Uniti il 26 giugno 1968 e in Italia nell'ottobre di quello stesso anno. Il film non è mai stato un vero e proprio cult, ma ha fatto storia per il fascino dei due protagonisti. McQueen nel 1968 rappresentava l’antieroe per eccellenza, irresistibile per ogni donna in cerca di avventure. La sua passione erano le macchine, le folli corse come ne Le 24 ore di Le Mans, che lo hanno fatto diventare il modello di “una vita spericolata”, come cantava Vasco Rossi.

Qui interpreta un ladro gentiluomo ricchissimo, che svaligia banche semplicemente per sfuggire alla noia. È un Arsenio Lupin mai in bolletta, nel tempo libero gioca a polo (lo sport dei re) e sul lavoro si trasforma in uno squalo della finanza. Il poliziotto di Bullit era di là da venire, come la disperata corsa oltre il confine americano di Getaway! o l’evasione dal campo nazista in sella alla mitica Triumph in La grande fuga, o quella via mare di Papillon. In fondo le sue peripezie erano una variazione sul tema dell’eterno inseguito che vince (quasi) sempre la gara, drammatica che sia.

Invece qui l’emergente divo McQueen è un Thomas Crown bello e dannato, pronto a farsi cadere tra le braccia la star del momento Faye Dunaway, vale a dire la Bonnie Parker in Gangster Story, dove faceva coppia con Warren Beatty. Il regista Norman Jewison le fa vestire i panni di una detective al servizio delle assicurazioni, che a qualsiasi costo vogliono recuperare la refurtiva senza mettere mano al portafoglio. Lei non ha mai lasciato un caso irrisolto, è un mastino avvenente che in pochi giorni trova il suo colpevole. Ma non ha fatto i conti con il cuore.

McQueen e Dunaway si studiano da lontano, giocano al gatto e al topo, facendo finta di non conoscersi. Lei è la poliziotta, lui il furfante, e l’attrazione è fatale. La scena della partita a scacchi tra i due è da antologia. In realtà è un gioco erotico, in cui alle mosse del cavallo si sostituiscono gli ammicchi all’avversario, le inquadrature strette sulle labbra carnose e gli sguardi allusivi. McQueen se ne esce con un: “Facciamo un altro gioco”. E il regista lo accontenta.

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martedì 22 agosto 2017

IRON FIST


Danny Rand (Finn Jones - Game of Thrones) aveva 10 anni quando l'aereo privato con a bordo suo padre Wendell e sua madre Heather, si schiantò misteriosamente sulle montagne dell'Himalaia.
Unico superstite dell'incidente, Danny viene salvato da un gruppo di monaci guerrieri e portato nella misteriosa città di K'un-Lun; grazie all'addestramento dei monaci e alle brutali condizioni del luogo, diventa un valoroso guerriero.
Dopo 14 anni decide di tornare a New York, per ricongiungersi agli amici di infanzia che considera come una famiglia, Ward and Joy Meachum, figli del socio del padre di Danny. Intenzionato a prendersi il posto che gli spetta nella multinazionale fondata da suo padre, la Rand Enterprise, che viene adesso gestita dalla famiglia Meachum. La serie si concentra sul come Danny Rand sia diventato l'Iron Fist, sull'esperienza a K'un-Lun - reale o immaginaria - e su tutte le vicende che porteranno a fare luce riguardo la morte dei suoi genitori.
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mercoledì 2 agosto 2017

LA BELLA E LA BESTIA


Ventisei anni dopo il film d'animazione che per primo sfondò la barriera della nomination all'Oscar come Miglior Film, la Disney torna su quei luoghi incantanti: il villaggio francese di Belle e il castello stregato della Bestia, dove un orologio, un candelabro, una teiera e la sua tazzina, il piccolo Chicco, trascorrono l'esistenza prede di un sortilegio, sperando che non cada anzitempo l'ultimo petalo di una rosa o non torneranno mai più umani.
Il film di Bill Condon arriva evidentemente sull'onda degli altri remake in live action dei classici Disney, ma sceglie una strada differente rispetto, per esempio, alla revisione di Cenerentola firmata da Kenneth Branagh.
Il nuovo La bella e la bestia non reinventa quasi nulla, e laddove lo fa, nel prologo settecentesco, nell'introduzione di un paio di personaggi e di alcuni interpreti di colore, non opera modifiche particolarmente incisive e sembra piuttosto obbedire a qualche legge morale o hollywoodiana, che ha poco a che vedere col materiale creativo. Al contrario, il film di Condon segue piuttosto alla lettera il precedente animato, riprendendone il copione, il libretto musicale, le stesse inquadrature. Si può non comprendere fino in fondo la natura di questa scommessa, si può ragionevolmente ipotizzare che la logica sia in tutto commerciale, ma non si può non ammetterne il successo finale. In un momento in cui l'animazione ha preso strade più stratificate e sperimentali, spronata dalla rivoluzione Pixar, anche al più moderno dei classici Disney non nuoce una rinfrescatina, e qui c'è abbastanza entusiasmo per un'intera boccata d'aria fresca.
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lunedì 17 luglio 2017

47 Metri


Due giovani sorelle - Lisa e Kate - sono in vacanza in una località marina in Messico. La situazione sarebbe ideale per svagarsi alla grande, ma Lisa è turbata per essere stata lasciata dal suo fidanzato. Così Kate, la più disinvolta delle due, cerca di farla divertire portandola fuori di notte a spassarsela. Due giovani messicani propongono alle ragazze di provare lo sballo di un'immersione in una gabbia in un luogo infestato da squali: totalmente sicuro, totalmente avvincente. Lisa, preoccupata, è titubante, ma dato che è stata lasciata dal fidanzato proprio perché ritenuta noiosa, decide, spinta dalla sorella, di tentare la botta di vita. Quando vede la vecchia gabbia arrugginita del "capitano" Taylor, Lisa è di nuovo colta da dubbi, ma Kate è risoluta: l'avventura va vissuta. In mare aperto vengono gettate le esche per attirare gli squali che subito arrivano. Poi le ragazze si calano in mare dentro la gabbia per potersi godere la vista degli squali al sicuro della loro protezione. Ma per un problema tecnico la gabbia precipita a 47 metri di profondità e le ragazze si trovano nei guai con poca aria e troppi squali.
I pescecani sono un perfetto emblema del terrore sin dai tempi de Lo squalo (e anche da prima). Silenziosi e famelici, rappresentano, nei film, una minaccia contro la quale è difficile difendersi. Per questo motivo, i film con gli squali sono diventati un nutrito sottogenere, tendenzialmente piuttosto ripetitivo. Vi sono però delle varianti, talvolta.
47 metri appartiene a esse, mettendo in scena una situazione che presenta analogie con altri squalo-movies atipici come Open Water e Paradise Beach - Dentro l'incubo, ma con sufficiente originalità nello spunto. 
L'inglese Johannes Roberts è uno specialista dell'horror, pur non avendo un pedigree di particolare brillantezza: qui maneggia con abilità una situazione interessante, da claustrofobia in spazio aperto, in un tour de force registico nel quale trova tempi e modi adeguati per produrre momenti di tensione e spavento senza però mai mettere in secondo piano l'aspetto umano, che ci porta a temere per la sorte delle due protagoniste alle prese con qualcosa di più grande di loro. La tensione viene mantenuta piuttosto alta e convincente: talvolta il film traccheggia per la poca sostanza narrativa (è soprattutto un film di situazione), ma riesce a rendere con efficacia la solitudine e la disperazione delle ragazze di fronte a una natura ostile per la quale sono solo cibo per squali.
Pur senza essere particolarmente sottile nella descrizione delle psicologie, inoltre, il film è capace anche di fornire un ritratto convincente del legame che unisce le due sorelle, diverse nel carattere, ma solidali e profondamente affezionate. E l'incertezza in cui versano, insicure sullo stato delle cose in superficie (sono state abbandonate o qualcuno le cerca?), aggiunge ulteriori elementi di suspense. Certo l'elenco delle cose che vanno storte è un po' troppo lungo e ciò detrae un po' di credibilità dalla vicenda, ma nell'insieme il film è molto realistico, avvincente, teso e dotato anche di un buon colpo di scena finale che chiude in modo adeguato la storia. Buona la prova del cast con Mandy Moore e Claire Holt in buona evidenza e la simpatica partecipazione di una vecchia volpe del cinema hollywoodiano come Matthew Modine - lontano dai fasti di Full Metal Jacket, ma ancora in gamba - nei panni di un lupo di mare dall'attrezzatura un po' troppo corrosa dalla salsedine.
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lunedì 3 luglio 2017

Cuori Puri


Agnese compie i diciotto anni mentre vive con una madre molto devota e frequenta la parrocchia locale dove sta per compiere una promessa di castità fino al giorno delle nozze. Stefano ha venticinque anni, un passato difficile e un presente in cui deve cercare di conservare l'incarico di custode di un parcheggio che confina con un campo rom. La sua famiglia sta per essere sfrattata e ha bisogno del suo aiuto. Il loro incontro farà nascere un sentimento speciale che implica delle scelte importanti, in particolare per Agnese.
Era da tempo che non compariva sugli schermi un'opera prima così intensa e così carica di un realismo che si fa cinema ad ogni inquadratura.
A partire dall'inseguimento iniziale: una corsa in cui Stefano, addetto al controllo in un centro commerciale, insegue Agnese che ha rubato un cellulare di scarso valore. È il loro primo incontro ma non è l'inizio di un idillio. È solo il prologo di un percorso irto di ostacoli. Perché il microcosmo che li circonda non è loro di aiuto. De Paolis si libera da tutti i presunti doveri del politically correct, quelli per intendersi, che fanno gridare allo scandalo gli ipocriti che vorrebbero dipingere la realtà così come non è. In questo film i rom non sono tutti buoni così come gli sfrattati non sono solo vittime e le buone intenzioni non necessariamente conducono a quella Verità che potrebbe farci liberi. 

Agnese è chiusa in una gabbia che non ha pareti ma che, grazie a una madre ossessionata da una religiosità pervasiva, la rinchiude apparentemente senza via di scampo. Questo senza che ci sia la necessità di rappresentare l'ambito parrocchiale come un luogo retrogrado e conservatore. Don Luca è un sacerdote che crede sinceramente a ciò che propone ai ragazzi, ne conosce le difficoltà in senso generale ma non entra mai in una dinamica di comprensione del singolo se non per una reprimenda sul furto.
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