venerdì 22 aprile 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot

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Jeeg Robot esiste e abita a Tor Bella Monaca. Ce lo dimostra Gabriele Mainetti con il suo esordio al lungometraggio Lo chiamavano Jeeg Robot, che arriva curiosamente proprio mentre il buon Hiroshi festeggia i suoi 40 anni animati. Il regista romano si è fatto apprezzare, finendo nella shortlist degli oscar, per il corto Tiger Boy, racconto di un altro eroe mascherato, il Tiger, idolo di un bambino del quartiere romano di Corviale. Un’altra zona poco rinomata e molto citata come rappresentazione del degrado, Tor Bella Monaca, ospita Enzo Ceccotti, criminale di basso livello durante un inseguimento finisce a contatto con una sostanza radioattiva. Non l'acqua del Tevere, almeno non solo quella. A quel punto scopre di avere una forza sovrumana, un vero super potere. Cerca quindi di metterlo a frutto per il suo ladrocinio quotidiano, finendo per dover badare alla bella vicina, che non ci sta con la testa dopo la morte della madre, e vede tutto il giorno i dvd di Jeeg Robot d’acciaio.

Non sarebbe però un vero film di supereroi all’italiana (anche a scriverlo ci suona incredibile) senza un antagonista, un Loki spietato, interpretato da un sempre più convincente Luca Marinelli. Pensate, insieme all’altro protagonista Claudio Santamaria, canta anche, neanche fosse un attore di scuola britannica; e i due si riempiono pure di botte. Mainetti ha voluto mantenere libertà nel realizzare il film, da lui anche prodotto. In questo modo, rispetto ad altri recenti esperimenti come Il ragazzo invisibile, non ci troviamo di fronte a uno spettacolo edulcorato o a un supereroe per famiglie. Niente anestesia, qui, le ferite si vedono e non si curano, rimangono purulente a caricare Lo chiamavano Jeeg Robot di un valore rigenerativo che vale per i protagonisti, ma un po’ anche per un’industria cinematografica poco abituata a rischiare, a proporre prodotti italiani più articolati rispetto alla solita stanca dicotomia cinema d’autore/commedia commerciale.
Mainetti si è nutrito di fumetti, anime e cinema di genere, come molti di quelli che leggono queste righe e che andranno a vedere il film. Se ne ha conferma nel citazionismo con divertimento del film, che non diventa mai sterilmente nerd. Della tendenza al recupero di tutto quanto è pop, già masticato e diventato immaginario, il regista recupera alcune canzoni anni ’80 melodiche italiane, utilizzandole per dei momenti di respiro comico.
Lo chiamavano Jeeg Robot è il film di (un) genere italiano, quello supereroistico, che stavamo aspettando in tanti. Polposo più che pulp, pieno di carne, sangue, e con una Roma protagonista assoluta, eterna testimone sarcastica dei suoi altrettanto eterni problemi. C’è molta più profondità qui, con il mantello del genere, che in tanti didascalici e poco credibili polpettoni pseudo autoriali. Il ritmo serrato, la cura formale ben superiore al suo budget, i personaggi ben costruiti e credibili, fanno perdonare anche un certo innamoramento per i troppi finali, una lunghezza eccessiva, che sembra legata alla passione irrefrenabile di chi non vuole abbandonare questi due adorabili criminali. Aria fresca nel cinema italiano, speriamo che le finestre rimangano aperte a sufficienza per un bel ricambio d’aria. Intanto, Enzo Ceccotti sembra pronto a tornare a indossare di nuovo la maschera di Hiroshi/Jeeg in un sequel, e a noi la cosa non dispiacerebbe.
Fonte: comingsoon.it

mercoledì 6 aprile 2016

Quo Vado recensione del film

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C'è qualcosa, nell'incipit africano di Quo Vado?, che più che a Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? mi ha fatto pensare a Io sto con gli ippopotami. Una sensazione epidermica e fugace, che non ha niente a che vedere col racconto e il suo contenuto: semmai dettata da una certa qualità fotografica, o dalla regia elementare. Più ci penso, però, più mi pare significativo aver associato un film di Checco Zalone (e Gennaro Nunziante) a quelli di Bud Spencer e Terence Hill che non ai più abusati, e a sproposito citati, modelli della commedia all'italiana dei grandi nomi. 


A dispetto della scala produttiva che ha portato Checco dalla Puglia al Grande Nord, e poi in Africa, Quo Vado? conferma infatti uno stile elementare e una comicità semplice ed efficace, che mirano volutamente in basso per colpire eventualmente un po' più in alto, ma prima di tutto nel segno; che sono di grande accessibilità, vagamente infantili (Checco è sempre un bambinone, in fondo) e favolistici. Che, insomma, si differenziano nettamente dalla cinica consapevolezza dei vari Sonego e Monicelli, e rielaborano piuttosto in maniera personale la vasta eredità dell'immaginario e del linguaggio televisivo degli ultimi trent'anni. Nella loro superficie e nella grammatica di base, Zalone e Nunziante sono più vicini  a essere gli Spencer & Hill del Terzo Millennio. Ma dei Bud e Terence con le smorfie, le battute e le canzoni irresistibili al posto degli sganassoni; che hanno maturato una consapevolezza sociale e parlano in maniera esplicita e partecipe del proprio tempo e del loro paese. 

Privo di sovrastrutture spesso inutili, candido ma non ingenuo, leggero, magari demenziale ma non cretino, Zalone lavora con spirito fotografico nel catturare, ritrarre e riprodurre l'italiano dei nostri giorni, i suoi tanti vizi e le sue poche virtù. Lo sfotte, lo prende in giro, certo: ma non lo mette alla berlina con crudele senso di superiorità, non lo blandisce paternalisticamente, non lo lusinga – come troppa commedia degli ultimi decenni – mostrando i suoi difetti come fossero dei pregi. 
No. Senza mai dimenticare l'esigenza di un divertimento che deve essere popolare e trasversale, in Quo Vado? Zalone racconta, con innata istintività e la giusta dose di smaliziata furbizia, come siamo: un po' tronfi e un po' patetici, figli di una cultura  e di un mondo che ci hanno viziato e che sono svaniti sotto il nostro naso, alle prese con le ambasce dell'adeguamento ma sufficientemente resilienti per tirare avanti e cavare comunque il meglio dalle situazioni. Perfino capaci di imparare, parola quasi scandalosa nella commedia popolare italiana di oggi, e di migliorare: senza snaturarsi mai troppo, ben inteso. 
Caustico, magari, ma con affondi che arrivano con tanta nonchalance e rapidità, sommersi da un bombardamento para-televisivo di situazioni e battute, da non bruciare mai troppo (a lungo). Caustico, magari, ma mai cinico: non perché Zalone sia buono, o naïf, ma perché ha un relativo garbo e un'educazione (parola che ricorre a più riprese, in Quo Vado?) sconosciuti a buona parte dei suoi contemporanei. 

Il paradosso di Zalone, che racconta delle verità innegabili sull'essere italiani in Italia e all'estero, che gioca con evidenze talmente evidenti da scavallare ogni rischio di stereotipizzazione, è allora quello di essere un comico talmente tanto dentro il suo tempo e il suo presente, capace di rispecchiarlo raccontarlo così bene, da epurarlo da ciò che lo corrompe. Mentre, in maniera tanto progressiva quanto inesorabile, la commedia popolare italiana dell'era berlusconiana (quella televisiva prima e quella politica poi) ha celebrato più o meno esplicitamente la perdita di ogni forma di stile, la furbizia e l'opportunismo, la prevaricazione e la volgarità, soprattutto l'arroganza, nel nome di una comicità che voleva catturare lo spirito del tempo e legittimarlo, Zalone e Nunziante le hanno espulse come tossine, andando alle radici antropologiche del problema e proponendo implicitamente una soluzione altrettanto antropologica. Non si tratta di moralismo, ma dello sguardo da enfant (terrible, ma pur sempre enfant) di Zalone. 

L'uomo zaloniano, messo a confronto con orizzonti più ampi di quelli del suo ufficetto di provincia, è capace di allargare le proprie vedute, di accettare famiglie allargate, di abbandonare retoriche maschiliste, perfino di imparare a non saltare le code o non suonare il clacson al semaforo. Certo, basta colpirlo nel profondo del suo essere, basta che veda Al Bano e Romina nuovamente assieme sul palco di Sanremo, per rischiare di perdere tutto questo e tornare sui suoi passi; ma qualcosa dentro di lui è cambiato per sempre, anche se qualcosa rimarrà per sempre uguale. Ha subito un mutamento antropologico: qualcosa di ben più profondo della superficialità della sociologia facilona dei Vanzina e dei cinepanettoni. 
È grazie a questo mutamento che Quo Vado? si può permettere un finale che apre una speranza per il futuro. Quella speranza figlia di un rinnovamento che non ha nulla a che vedere con la rottamazione o con 80 euro in più in busta paga, o qualche migliaia di arrotondamento al TFR. Se lo può permettere e senza odorare di buonismo veltroniano, ma chiudendo la sua parabola con dei toni favolistici e infantili, con un lieto fine in linea con un tono generale che è quello dei film di Bud Spencer e Terence Hill: con le smorfie, le battute e le canzoni irresistibili al posto degli sganassoni. E con tanta consapevolezza in più. 

Fonte: comingsoon.it

giovedì 24 marzo 2016

STAR WARS: IL RISVEGLIO DELLA FORZA

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Con J.J. si vola, ma troppi condizionamenti e aspettative gravano su questo primo episodio di una nuova trilogia comunque promettente

Il film dell'anno. Scorso, prossimo, non importa. E non importa che sia "perfetto", come ha dichiarato qualcuno dei fortunati vip ai quali è stato permesso di vedere in anteprima Star Wars: Il risveglio della Forza, nonostante un embargo di rare proporzioni e modalità. In compenso meglio si adattano al film di J.J. Abrams che apre la terza trilogia della saga iniziata da George Lucas gli aggettivi "epico" (visto che si arriva a citare persino Apocalypse Now) e "fantastico" (considerata la mano divertita e mainstream del regista di Star Trek e Super8). Eppure molta della vernice di questo Episodio VII viene da barattoli rimasti in soffitta, o da tinte che si sono cercate il più somiglianti possibili, probabilmente per restare fedeli all'estetica che fu e allontanarsi dall'ultima, che ancora divide i fan.
Una operazione coerente, in fondo, considerata la cronologia effettiva, e prevedibile. E che tutto sommato funziona. Che restituisce una storia complessa nella quale si intrecciano più linee narrative, anche se non quante saranno quelle che si intuiscono. Il merito di puntare su una eroina al femminile e di bassa estrazione, ben più centrale delle principesse del passato, è indubbio. Anche perché il personaggio risalta particolarmente rispetto ai vari Oscar Isaac (sarà il prossimo pilota guascone?), Adam Driver (affascinante nelle sue intemperanze, ma ancora abbozzato) e John Boyega. Ovviamente parlando delle nuove leve, visto che per tutto il film è la vecchia guardia - Harrison Ford in primis - a rubare la scena.

Non poteva essere altrimenti, vero, ma tutto sommato non ci aspettavamo a tal punto.Inevitabile che questo capitolo dovesse cercare di riallacciare i fili con il precedente - di quasi quaranta anni fa! - e accontentare i fan, ma la sequela di 'entrate in scena' studiate e continuate alla fine spezza il ritmo senza creare veri e proprie situazioni di sospensione. E anche i colpi di scena finiscono per mancare del giusto pathos o eccedere in prevedibilità. Per non parlare dell'insistita replica di situazioni e ambientazioni, che smettono presto di essere ammiccamenti. Certo, fa piacere ritrovare il piccolo droide dal cuore umano, l'eroina vestita di bianco e beige vagare sola su uno sfondo desertico (come il piccolo Anakin sedici anni fa e il giovane Luke ancora prima) o la scacchiera del Millennium Falcon, però…


Ma nonostante tutto il film scopre gradualmente le sue carte, come anche le direttrici lungo le quali potremo aspettarci di veder correre questa Forza risvegliatasi. E conquista per azione, coreografie, spirito, premesse e promesse. Si resta incollati alla saga, un po' delusi dal dover attendere il maggio 2017 ma di nuovo motivati e speranzosi (e curiosi di vedere cosa saprà fare il Rian Johnson di Looper). E in fondo non troppo 'persi nella selva oscura' nella quale si svolge un apparente conflitto finale, vero cliffhanger (più dell'epilogo, per quanto reso mitico), che lascia qualche perplessità sull'evoluzione del concetto di apprendistato degli Jedi 3.0, ma che apre l'ennesimo di tanti fronti. Tanti da rendere difficile fermarsi a riflettere sulle altrettante possibilità, nascoste così in vista di future sorprese.


Star Wars: Il risveglio della Forza è distribuito da The Walt Disney Company. Qui potete scoprire tutti i contenuti del nostro speciale.

Fonte: film.it

martedì 8 marzo 2016

DORAEMON (Il Film)


Nobita, Shizuka, Gian e Suneo impazziscono letteralmente per una nuova serie televisiva: “gli eroi dello spazio”. Nobita, in particolare, sogna ad occhi aperti davanti al televisore di diventare un grande supereroe proprio come i suoi beniamini in tv.

Decide così di girare un film di supereroi! peccato che Gian, suneo e Shizuka, lo abbiano anticipato escludendolo dal progetto. Nobita, disperato, si rivolge a Doraemon che, grazie a un chiusky robot capace di creare degli straordinari scenari virtuali, riesce a convincere i ragazzi a includere lui e Nobita nel progetto. Insieme iniziano a filmare le prime scene, ma ben presto si ritrovano catapultati in una realtà che va ben oltre la loro immaginazione. un abitante di un pianeta lontano, Aron, chiede loro aiuto per salvare il proprio popolo da un gruppo di malvagi pirati spaziali. I ragazzi, convinti che Aron faccia parte della sceneggiatura del film, accettano la missione senza esitare. Anche se ben presto si accorgeranno di non essere su un set cinematografico, dimostreranno ugualmente di essere degli eroi anche nella realtà. 

Fonte: doraemonilfilm.it

lunedì 29 febbraio 2016

Addio Alfred, gestore Arnold's in Happy Days

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Se ne va a 96 anni il capo del Drive-in, Luogo di ritrovo per Fonzie e compagni

Addio ad  Al Molinaro. Muore un 96 anni l'attore ha interpretato Che il Proprietario della tavola calda  di Arnold  in Happy Days, la celebre serie televisiva americana.  Alfred, vieni epoca Chiamato Dai Ragazzi, Protagonisti della sit-com, è morto nell'ospedale di  Glendale  in  California, dove era ricoverato per un'infezione alla cistifellea. La notizia della morte SUA has been dal figlio Michael dati Molinaro. L'attore, di origini italiane (il nonno era di Cosenza), ha interpretato Al Delvecchio, il Proprietario del Drive-in per otto anni, dal 1976 al 1984. Ritiratosi ambrogetta scena televisive all'inizio degli anni novanta Apri la catena di Ristoranti "Big Al" Insieme all'ex collega del Cast Di "Happy Days" Anson Williams (Potsie).

Fonte: lospettacolo

giovedì 18 febbraio 2016

Fast and Furious


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Molti appassionati della serie Fast and Furious continuano a chiedersi se la stessa continuerà.

Dopo la triste scomparsa di uno degli attori principali,  Paul Walker, tradito dalla stessa velocità, perde la propria vita in un incidente stradale a Valencia, destino pazzesco e sconvolgente per tutti i familiari,fans,amici,attori,ecc.
Paul stava andando ad un evento un evento benefico organizzato dalla sua associazione, la Reach Out Worldwide, per raccogliere fondi destinati alle popolazioni colpite dal tifone Haiyan nelle Filippine. 
Tutti lo ricordiamo oltre che per la sua bravura, anche per la sua personalità sempre sorridente che ci ha colpito durante il susseguirsi delle bellissime serie.
L ultima da lui interpretata, la settima, in parte ha subito cambiamenti di sceneggiatura.
Nel corso della creazione e grazie alla tecnologia, ognuno di noi ha potuto vedere l attore dall inizio alla fine ed è proprio quella fine che ha commosso tutti noi.
Tutti pronti a rassegnarsi, a commentare sulla fine della saga, un pò per lo shock subito da tutti a 360°, un pò per sfiducia, ma lo stesso attore Vin Disel (Dominic Toretto nella serie) rivela a variety.com che il sequel forse continuerà.

Lo stesso continua dicendo che si stanno scrivendo nuove storie per tanti personaggi e già qui la nostra fantasia e curiosità prende il sopravvento.

Aspettate, non affrettate le cose, perchè si sta pensando in GRANDE e quindi le aspettative sono ancora maggiori, infatti il CAST che comporrà “Fast & Furious 8” dovrà essere SORPRENDENTE.....

La suspance cresce ?

Beh trattenetela, l ipotetica uscita si prospetta per l aprile del 2017 !!


Nell attesa e per non dimenticare uno degli attori che ha reso famosa la serie, rivediamo un  tributo in suo onore..   GRAZIE PAUL !!!




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martedì 9 febbraio 2016

Premonition (2015)

Premonition

Premonitions. Durante un difficile caso di una serie di omicidi apparantemente insiegabili, l’agente dell’FBI Joe Merriwether, chiede l’aiuto di un suo ex collaboratore, John Clancy (Anthony Hopkins); un medico psicanalista chiaroveggente che da tempo ha deciso di uscire di scena a causa soprattutto della prematura scomparsa della figlia e della conseguente fine del suo matrimonio. 
John sulle prime è decisamente intenzionato a rifiutare l’ingaggio dell’agente Merriwether ma, quando avrà delle visioni e capirà che ad essere in pericolo è la giovane collega di Joe, l’agente Katherine Cowles, cambierà idea, mettendosi sulle traccie del serial Killer. Molto presto però lo stesso John capirà che non è il solo ad avere il dono di prevedere il futuro e così…



Fonte: italia-film.co