mercoledì 13 febbraio 2019

LUKE CAGE

Luke Cage

È successo qualcosa dopo Iron Fist. Fino a quel punto, le serie Marvel distribuite da Netflix avevano rappresentato l'eccellenza delle serie sui supereroi, grazie al perfetto matrimonio tra superpoteri e realismo urbano. Le prime stagioni di Daredevil e Jessica Jones erano state lodate unanimemente dalla critica e, nonostante un timido calo nella seconda stagione di Daredevil, le cose sembravano indirizzate per la strada giusta. La prima stagione di Luke Cage, con il suo tono da blaxploitation anni '70, aveva confermato il trend positivo.


Poi Iron Fist ha sbagliato completamente mira, incapace di lasciarsi alle spalle un modello troppo stretto, quello stesso realismo che aveva fatto la fortuna delle prime tre serie e che mal si sposava con storie di città leggendarie e arti marziali magiche. La capacità della Marvel di unire toni e generi apparentemente distanti in un universo coeso sembrava non essere transitata sul piccolo schermo. The Defenders è stata una deludente conferma di questo.

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mercoledì 16 gennaio 2019

THELMA


Un lago ghiacciato, una casa fuori dal tempo e tutto intorno la natura. La prima inquadratura di Thelma potrebbe trarre in inganno: l’angoscia deve ancora arrivare, e la quiete sembra l’unica padrona della scena. Un padre e una figlia vanno a caccia insieme, camminano in mezzo alla neve, fino a quando incontrano un cervo. L’uomo alza il fucile e si prepara a uccidere l’animale, ma all’ultimo mira alla testa della bambina. È l’inizio dell’incubo, metafora di uno scontro generazionale tra genitori e giovani, adolescenti e società.

Thelma ha poteri paranormali, può spezzare una vita solo con il pensiero, come se fossimo in una sorta di Carrie – Lo sguardo di Satana in stile norvegese. Lei è schiacciata da una famiglia eccessivamente religiosa, che non le permette di esprimere se stessa. Non può neanche bere una birra con gli amici, perché le hanno insegnato che è peccato. Nelle sue “crisi” immagina di non poter respirare, di affogare in una piscina da cui non può uscire. Dentro Thelma convivono il bene e il male, come in ogni essere umano, ma è il senso di ribellione a muoverla, a spingerla verso un’incontrollabile sete di violenza.

La società opprime chi insegue i propri sogni, e invita ad abbandonare le ambizioni invece di seguirle. La paura arriva dalla solitudine, dal non avere amici, dal sentirsi continuamente esclusi. Quella di Thelma è una vendetta muta, un istinto che non riesce a dominare. Un demone abita dentro di lei, si alimenta con i suoi desideri più oscuri, con le passioni nascoste, come quella per una sua compagna di università. I benpensanti non le permettono di condividere il letto con una donna, così scatena l’inferno. Il regista Joachim Trier strizza l’occhio a Brian De Palma, ma evita ogni vena splatter. Il sangue non si vede, i colori sono spenti, e la sofferenza fisica si fonde con quella interiore. I ritmi sono lenti, e i brividi arrivano attraverso i tremori delle mani e le luci a intermittenza. I segreti scatenano le tempeste, le furie omicide, ma forse all’orizzonte esiste ancora un barlume di speranza.

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martedì 18 dicembre 2018

12 SOLDIERS

12 Soldiers

L’attentato alle Torri Gemelle non ha cambiato solo la Storia, ma anche il cinema. La paura del nemico che viene da lontano, quasi del tutto sconosciuto, ha contaminato generi e autori, passando dallo sperimentale Cloverfield di Matt Reeves al sottovalutato La guerra dei mondi di Steven Spielberg. Sul grande schermo sono tornati in forze gli eroi muscolari, sospesi tra Stallone e Schwarzenegger, e i war movie hanno trovato nuova linfa.

Archiviate la Seconda Guerra Mondiale e le paludi del Vietnam, ci si sposta in Medio Oriente per combattere il terrorismo ed essere ricoperti di medaglie. Lo spettacolo si trasforma in propaganda in 12 Soldiers, per convincere lo spettatore medio che non tutto è perduto, la nazione è ancora salda e si sta preparando a scatenare una pioggia di fuoco. L’enfasi regna sovrana, l’esercito è pronto a schierarsi, e a volare alta è sempre l’aquila americana.

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giovedì 8 novembre 2018

211 – RAPINA IN CORSO

211 - Rapina in corso

Nicolas Cage, in questi ultimi anni, è diventato un meme. Nel senso vero del termine: la sua faccia, estrapolata da una scena del film Stress da vampiro, è diventata una presenza fissa sui social come risposta sarcastica a un'affermazione ovvia. La recitazione sopra le righe dell'attore è da “incolpare” per questa strana evoluzione della sua figura pubblica. I debiti col fisco, se ascoltiamo le malelingue, sono invece da incolpare per la sua scelta di interpretare quanti più ruoli possibili. Tra questi ci sono indubbie chicche che ci ricordano come il nipote di Coppola sia un attore a tutti gli effetti. Dall'altra parte ci sono i film in cui Cage recita costantemente con lo sguardo a palla, cavalcando la sua fama di pazzo senza particolare sforzo o trasporto. In mezzo ci sono film come 211 – Rapina in corso, che stanno, appunto... nel mezzo.


Il film di York Alec Shackleton sembra un prodotto DTV, cioè direct-to-video, quei film che, in America, si producono esclusivamente per il mercato home video (una volta per i DVD, oggi per l'on demand). DTV può voler dire molte cose: si passa dai sequel di film d'azione di successo con cast completamente diversi (o incentrati su personaggi minori degli originali) ad action troppo timidi o generici per funzionare in sala. Purtroppo, 211, che pure è uscito al cinema, ricade proprio in quest'ultima categoria.

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martedì 16 ottobre 2018

PAPILLON


Ha il sapore di un'occasione sprecata il Papillon di Michael Noer, remake del cult del 1973diretto da Franklin Schaffner con Steve McQueen e Dustin Hoffman nei ruoli principali. Quelli intorno ai quali ruota la storia vera di Henri Charrière, detto appunto Papillon, basata sulla sua autobiografia datata 1969. Una storia eccezionale, di prigionia e resistenza, di umanità e soprusi, alla quale sarebbe stato obiettivamente difficile aggiungere pathos o carattere, soprattutto dopo la trasposizione cinematografica di 45 anni fa.

Un'operazione che già in partenza aveva sollevato qualche perplessità, e un crescendo di dubbi… Sin dalle prime voci apparse nel 2008 (quando il budget del film avrebbe dovuto sfiorare i 90 milioni di dollari) fino alla luce verde arrivata con la conferma degli interpreti: Charlie Hunnam e Rami Malek. Senza scomodare paragoni troppo illustri o mettersi a fare la conta del carisma mancante, sorprende la scelta di voler puntare su una marcata mimesi formale di immagini e protagonisti che furono.

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domenica 2 settembre 2018

UNA VITA SPERICOLATA


Marco Ponti ci tiene molto a sottolineare i legami di questo film con quello suo di maggior successo, Santa Maradona, per il quale tutto sommato gode ancora di un meritato credito da parte di molti spettatori, che l'avevano l'amato. E a citare lo stesso Vasco Rossi, incontrato è conosciuto in passato, e dal quale deriva il titolo di questa sua nuova prova, Una vita spericolata. Quella cui anelano probabilmente i due protagonisti, non più Stefano Accorsi e Libero De Rienzo (qui in un cameo), ma Lorenzo Richelmy ed Eugenio Franceschini.

Sono loro gli interpreti principali dell'inseguimento con la polizia che fa sostanzialmente di questa commedia un Road Movie piuttosto surreale, divertito e autoironico, però anche confuso e a tratti ben più che sopra le righe che esagera spesso nel chiedere al suo pubblico di sospendere l'incredulità. Tutto sommato un film che non sembra aver saputo far seguire a una grande motivazione di partenza una scrittura e una regia (soprattutto degli attori) sufficienti e una realizzazione parimenti fruttuosa.

Si parla di fattore umano, di "squadra perfetta"… quella composta dai due suddetti con la Matilda De Angelis post Youtopia - una delle maggiori promesse del nostro cinema attualmente, dopo anche l'inclusione tra le Shooting Star dell'ultima Berlinale - che però può far poco più che ingentilire il quadro generale e aiutare il film a tenere desta l'attenzione dello spettatore. Una sorta di 'volevamo essere i Blues Brothers' attraverso l'Italia nel quale non mancano nemmeno gli sconclusionati poliziotti alle calcagna dei criminali per caso e buoni per indole.

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martedì 21 agosto 2018

WESTWORLD

Westworld

Ambizione. È questa la parola d'ordine del finale di stagione di Westworld. Un'ambizione talmente vasta da finire, alle volte, per schiacciare sotto il suo peso la comprensibilità dell'episodio (e della serie, in generale). Westworld si è sempre mosso come una serpe tra colpi di scena, timeline, ribaltamenti continui. Contiene i pregi e i difetti maggiori della poetica dei Nolan (qui Jonathan, ma non fa grande differenza): il gusto per ottimi twist narrativi, ma purtroppo anche a scapito della coerenza e senza troppa cura per i dettagli.

Ci sono parecchie svolte, nella serie e in questo finale, che vanno accettate dando per scontato che, “siccome i protagonisti sono robot”, possano fare un po' tutto quello che vogliono. E questo è un peccato perché va a cozzare con una mitologia costruita meticolosamente con grande dispendio di mezzi e pignoleria (altra caratteristica nolaniana).

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sabato 7 luglio 2018

IL CASO THOMAS CROWN


Capelli biondi, occhi di ghiaccio, aria da cattivo ragazzo: Steve McQueen è il mattatore de Il caso Thomas Crown, che compie cinquant’anni: usciva negli Stati Uniti il 26 giugno 1968 e in Italia nell'ottobre di quello stesso anno. Il film non è mai stato un vero e proprio cult, ma ha fatto storia per il fascino dei due protagonisti. McQueen nel 1968 rappresentava l’antieroe per eccellenza, irresistibile per ogni donna in cerca di avventure. La sua passione erano le macchine, le folli corse come ne Le 24 ore di Le Mans, che lo hanno fatto diventare il modello di “una vita spericolata”, come cantava Vasco Rossi.

Qui interpreta un ladro gentiluomo ricchissimo, che svaligia banche semplicemente per sfuggire alla noia. È un Arsenio Lupin mai in bolletta, nel tempo libero gioca a polo (lo sport dei re) e sul lavoro si trasforma in uno squalo della finanza. Il poliziotto di Bullit era di là da venire, come la disperata corsa oltre il confine americano di Getaway! o l’evasione dal campo nazista in sella alla mitica Triumph in La grande fuga, o quella via mare di Papillon. In fondo le sue peripezie erano una variazione sul tema dell’eterno inseguito che vince (quasi) sempre la gara, drammatica che sia.

Invece qui l’emergente divo McQueen è un Thomas Crown bello e dannato, pronto a farsi cadere tra le braccia la star del momento Faye Dunaway, vale a dire la Bonnie Parker in Gangster Story, dove faceva coppia con Warren Beatty. Il regista Norman Jewison le fa vestire i panni di una detective al servizio delle assicurazioni, che a qualsiasi costo vogliono recuperare la refurtiva senza mettere mano al portafoglio. Lei non ha mai lasciato un caso irrisolto, è un mastino avvenente che in pochi giorni trova il suo colpevole. Ma non ha fatto i conti con il cuore.

McQueen e Dunaway si studiano da lontano, giocano al gatto e al topo, facendo finta di non conoscersi. Lei è la poliziotta, lui il furfante, e l’attrazione è fatale. La scena della partita a scacchi tra i due è da antologia. In realtà è un gioco erotico, in cui alle mosse del cavallo si sostituiscono gli ammicchi all’avversario, le inquadrature strette sulle labbra carnose e gli sguardi allusivi. McQueen se ne esce con un: “Facciamo un altro gioco”. E il regista lo accontenta.

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martedì 22 agosto 2017

IRON FIST


Danny Rand (Finn Jones - Game of Thrones) aveva 10 anni quando l'aereo privato con a bordo suo padre Wendell e sua madre Heather, si schiantò misteriosamente sulle montagne dell'Himalaia.
Unico superstite dell'incidente, Danny viene salvato da un gruppo di monaci guerrieri e portato nella misteriosa città di K'un-Lun; grazie all'addestramento dei monaci e alle brutali condizioni del luogo, diventa un valoroso guerriero.
Dopo 14 anni decide di tornare a New York, per ricongiungersi agli amici di infanzia che considera come una famiglia, Ward and Joy Meachum, figli del socio del padre di Danny. Intenzionato a prendersi il posto che gli spetta nella multinazionale fondata da suo padre, la Rand Enterprise, che viene adesso gestita dalla famiglia Meachum. La serie si concentra sul come Danny Rand sia diventato l'Iron Fist, sull'esperienza a K'un-Lun - reale o immaginaria - e su tutte le vicende che porteranno a fare luce riguardo la morte dei suoi genitori.
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mercoledì 2 agosto 2017

LA BELLA E LA BESTIA


Ventisei anni dopo il film d'animazione che per primo sfondò la barriera della nomination all'Oscar come Miglior Film, la Disney torna su quei luoghi incantanti: il villaggio francese di Belle e il castello stregato della Bestia, dove un orologio, un candelabro, una teiera e la sua tazzina, il piccolo Chicco, trascorrono l'esistenza prede di un sortilegio, sperando che non cada anzitempo l'ultimo petalo di una rosa o non torneranno mai più umani.
Il film di Bill Condon arriva evidentemente sull'onda degli altri remake in live action dei classici Disney, ma sceglie una strada differente rispetto, per esempio, alla revisione di Cenerentola firmata da Kenneth Branagh.
Il nuovo La bella e la bestia non reinventa quasi nulla, e laddove lo fa, nel prologo settecentesco, nell'introduzione di un paio di personaggi e di alcuni interpreti di colore, non opera modifiche particolarmente incisive e sembra piuttosto obbedire a qualche legge morale o hollywoodiana, che ha poco a che vedere col materiale creativo. Al contrario, il film di Condon segue piuttosto alla lettera il precedente animato, riprendendone il copione, il libretto musicale, le stesse inquadrature. Si può non comprendere fino in fondo la natura di questa scommessa, si può ragionevolmente ipotizzare che la logica sia in tutto commerciale, ma non si può non ammetterne il successo finale. In un momento in cui l'animazione ha preso strade più stratificate e sperimentali, spronata dalla rivoluzione Pixar, anche al più moderno dei classici Disney non nuoce una rinfrescatina, e qui c'è abbastanza entusiasmo per un'intera boccata d'aria fresca.
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lunedì 17 luglio 2017

47 Metri


Due giovani sorelle - Lisa e Kate - sono in vacanza in una località marina in Messico. La situazione sarebbe ideale per svagarsi alla grande, ma Lisa è turbata per essere stata lasciata dal suo fidanzato. Così Kate, la più disinvolta delle due, cerca di farla divertire portandola fuori di notte a spassarsela. Due giovani messicani propongono alle ragazze di provare lo sballo di un'immersione in una gabbia in un luogo infestato da squali: totalmente sicuro, totalmente avvincente. Lisa, preoccupata, è titubante, ma dato che è stata lasciata dal fidanzato proprio perché ritenuta noiosa, decide, spinta dalla sorella, di tentare la botta di vita. Quando vede la vecchia gabbia arrugginita del "capitano" Taylor, Lisa è di nuovo colta da dubbi, ma Kate è risoluta: l'avventura va vissuta. In mare aperto vengono gettate le esche per attirare gli squali che subito arrivano. Poi le ragazze si calano in mare dentro la gabbia per potersi godere la vista degli squali al sicuro della loro protezione. Ma per un problema tecnico la gabbia precipita a 47 metri di profondità e le ragazze si trovano nei guai con poca aria e troppi squali.
I pescecani sono un perfetto emblema del terrore sin dai tempi de Lo squalo (e anche da prima). Silenziosi e famelici, rappresentano, nei film, una minaccia contro la quale è difficile difendersi. Per questo motivo, i film con gli squali sono diventati un nutrito sottogenere, tendenzialmente piuttosto ripetitivo. Vi sono però delle varianti, talvolta.
47 metri appartiene a esse, mettendo in scena una situazione che presenta analogie con altri squalo-movies atipici come Open Water e Paradise Beach - Dentro l'incubo, ma con sufficiente originalità nello spunto. 
L'inglese Johannes Roberts è uno specialista dell'horror, pur non avendo un pedigree di particolare brillantezza: qui maneggia con abilità una situazione interessante, da claustrofobia in spazio aperto, in un tour de force registico nel quale trova tempi e modi adeguati per produrre momenti di tensione e spavento senza però mai mettere in secondo piano l'aspetto umano, che ci porta a temere per la sorte delle due protagoniste alle prese con qualcosa di più grande di loro. La tensione viene mantenuta piuttosto alta e convincente: talvolta il film traccheggia per la poca sostanza narrativa (è soprattutto un film di situazione), ma riesce a rendere con efficacia la solitudine e la disperazione delle ragazze di fronte a una natura ostile per la quale sono solo cibo per squali.
Pur senza essere particolarmente sottile nella descrizione delle psicologie, inoltre, il film è capace anche di fornire un ritratto convincente del legame che unisce le due sorelle, diverse nel carattere, ma solidali e profondamente affezionate. E l'incertezza in cui versano, insicure sullo stato delle cose in superficie (sono state abbandonate o qualcuno le cerca?), aggiunge ulteriori elementi di suspense. Certo l'elenco delle cose che vanno storte è un po' troppo lungo e ciò detrae un po' di credibilità dalla vicenda, ma nell'insieme il film è molto realistico, avvincente, teso e dotato anche di un buon colpo di scena finale che chiude in modo adeguato la storia. Buona la prova del cast con Mandy Moore e Claire Holt in buona evidenza e la simpatica partecipazione di una vecchia volpe del cinema hollywoodiano come Matthew Modine - lontano dai fasti di Full Metal Jacket, ma ancora in gamba - nei panni di un lupo di mare dall'attrezzatura un po' troppo corrosa dalla salsedine.
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lunedì 3 luglio 2017

Cuori Puri


Agnese compie i diciotto anni mentre vive con una madre molto devota e frequenta la parrocchia locale dove sta per compiere una promessa di castità fino al giorno delle nozze. Stefano ha venticinque anni, un passato difficile e un presente in cui deve cercare di conservare l'incarico di custode di un parcheggio che confina con un campo rom. La sua famiglia sta per essere sfrattata e ha bisogno del suo aiuto. Il loro incontro farà nascere un sentimento speciale che implica delle scelte importanti, in particolare per Agnese.
Era da tempo che non compariva sugli schermi un'opera prima così intensa e così carica di un realismo che si fa cinema ad ogni inquadratura.
A partire dall'inseguimento iniziale: una corsa in cui Stefano, addetto al controllo in un centro commerciale, insegue Agnese che ha rubato un cellulare di scarso valore. È il loro primo incontro ma non è l'inizio di un idillio. È solo il prologo di un percorso irto di ostacoli. Perché il microcosmo che li circonda non è loro di aiuto. De Paolis si libera da tutti i presunti doveri del politically correct, quelli per intendersi, che fanno gridare allo scandalo gli ipocriti che vorrebbero dipingere la realtà così come non è. In questo film i rom non sono tutti buoni così come gli sfrattati non sono solo vittime e le buone intenzioni non necessariamente conducono a quella Verità che potrebbe farci liberi. 

Agnese è chiusa in una gabbia che non ha pareti ma che, grazie a una madre ossessionata da una religiosità pervasiva, la rinchiude apparentemente senza via di scampo. Questo senza che ci sia la necessità di rappresentare l'ambito parrocchiale come un luogo retrogrado e conservatore. Don Luca è un sacerdote che crede sinceramente a ciò che propone ai ragazzi, ne conosce le difficoltà in senso generale ma non entra mai in una dinamica di comprensione del singolo se non per una reprimenda sul furto.
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mercoledì 28 giugno 2017

TREDICI


Tratta dai bestseller di Jay Asher, la serie originale Netflix Tredici racconta la storia di Clay Jensen (Dylan Minnette), un ragazzo che al ritorno dalla scuola trova sulla porta di casa una misteriosa scatola con su scritto il suo nome. Nella scatola scopre delle cassette registrate da Hannah Baker, una compagna di classe per la quale aveva una cotta e che si è suicidata due settimane prima. Nelle registrazioni, Hannah spiega le tredici ragioni che l'hanno spinta a togliersi la vita. Clay è forse tra queste?

Pubblicato nel 2007 con la grafia "Th1rteen R3asons Why", il romanzo di Jay Asher è stato un grande successo negli States e in occasione della serie Tredici a cui ha dato origine, disponibile su Netflix, ne è stata ripubblicata - anche in Italia da Mondadori - una edizione speciale per il decennale. Il libro consta di meno di trecento pagine e racconta una sola giornata, durante la quale il giovane protagonista Clay Jensen ascolta le tredici incisioni lasciate da Hannah Baker dopo il suo suicidio. 
Si tratta in sostanza di un duetto di voci, quella registrata di Hannah e quella interiore di Clay, che interviene a commentare con il proprio flusso di coscienza di dubbi, riflessioni e ricordi. In termini di azione non succede quasi nulla, a parte per Clay che evita i propri genitori e attraversa la cittadina (una "american small town" come tante altre) seguendo la mappa lasciata da Hannah.

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venerdì 16 giugno 2017

Girlboss


d appena 28 anni, Sophia Amoruso è milionaria. Fino a pochi anni prima si era sempre data da fare con piccoli lavoretti, spesso abbandonati a causa di un modo di fare tutto suo, talvolta irresponsabile, mai convenzionale. Senza denaro, prossima allo sfratto e a un passo dalla disperazione, si accorge che rivendere abiti vintage su e-bay, nell'era di Internet, potrebbe portarle notevoli guadagni. Tutto ciò che dovrà fare è selezionare i capi di abbigliamento e trovare un luogo dove acquistarne di nuovi a poco prezzo: operazione che inizialmente le sembrerà più semplice di quanto si rivelerà poi essere. Inizierà così, praticamente da sola, contro tutti e con il suo caratteraccio, a costruire un impero che prende il nome di Nasty Gal.
Girlboss si basa sull'autobiografia #Girlboss di Sophia Amoruso. La Sophia reale e quella seriale hanno altro in comune: entrambe sono consapevoli di essere verbalmente troppo aggressive, troppo spigolose, troppo indigeste. 
La Nasty Gal è oggi un'impresa on-line da 100 milioni di dollari, che dà lavoro a circa 350 dipendenti. Il vero valore dell'azienda, tuttavia, è nel messaggio che la sua stessa esistenza veicola: è un qualcosa che nasce dal nulla, grazie al talento e alla caparbietà di una ragazza - Sophia Amoroso - che è cresciuta in strada. È una realtà, insomma, che testimonia come il sogno americano sia ancora oggi più che mai vivo.

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giovedì 1 giugno 2017

CABLE GIRLS




Quattro donne, gli anni '30, aria di ribellione: da una parte la rivoluzione tecnologica che passa attraverso i cavi di un centralino telefonico, dall'altra la rivoluzione dei costumi, che si consuma (anche) rompendo il tabù di una gonna un po' più corta del "normale". 

Alla regia Carlos Sedes e David Pinillos (Velvet, Grand Hotel), nei ruoli delle quattro protagoniste la star Blanca Suárez (El barco, El internado), Nadia de Santiago (Musarañas, Amar es para siempre), Ana Fernández (Los protegidos) e Maggie Civantos (Vis a vis).
Rilasciata in 190 paesi da Netflix a partire dal 28 aprile, Cable Girls è la prima serie originale del colosso del video on demand prodotta in Spagna.

I PERSONAGGI
Già rinnovata per una seconda stagione, Cable Girls si ambienta nella Madrid del 1929, all'interno del grattacielo che ospita la sede della neonata Compagnia de Telefonia. All'interno di queste stanze si muovono i destini delle quattro protagoniste Lidia, Carlota, Ángeles e María Inmaculada detta Marga, appena assunte come centraliniste.
Quattro caratteri femminili molto diversi per quattro donne che si troveranno, spesso loro malgrado, a essere testimoni dei segreti e degli intrighi politici che corrono lungo le linee telefoniche.

Dalla protagonista Lidia, in fuga da un misterioso passato, a Carlota, figlia ribelle di un militare, passando per Ángeles, apparentemente sottomessa al marito, e la campagnola Maria, le quattro colleghe/amiche sono accomunate da un identico destino: quello di affermare la propria indipendenza ed emanciparsi in una società ancora troppo al maschile.

IL MOOD
Lontana più psicologicamente che temporalmente dalla dittatura di Franco, la Madrid de Cable Girls è una città da un milione di abitanti, moderna, nel boom dello sviluppo architettonico e piena di fiducia nel futuro. Nascono in quegli anni interi quartieri per ospitare il nuovo proletariato urbano (Ventas, Tetuán), si inaugura la Gran Via per decongestionare il centro storico dove il traffico è già stato "alleggerito" dalla nuovissima metropolitana, mentre poco lontano dal Palazzo Reale nasce la Ciudad Universitaria.
La compagnia telefonica della serie è la prima a portare in città la rivoluzionaria forma di comunicazione a distanza, trovando naturalmente posto nel primo grattacielo mai costruito in città.

Ma a far da protagonista nelle otto puntate della prima stagione, inevitabilmente, è anche la moda femminile anni '20 e '30: cappellini, copricapo e velette, gonne al ginocchio e camicie, reggiseni a fascia per coprire rigorosamente le forme. Perché nella Madrid di fine anni venti, vale la pena di ricordarlo, le donne non solo non erano libere di indossare quel che volevano, ma dovevano regolarsi su canoni differenti a seconda del lavoro (eventualmente) intrapreso. Ammesso che lo trovassero - e che i loro mariti fossero d'accordo.

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venerdì 5 maggio 2017

Il viaggio di Fanny

Il viaggio di Fanny: recensione del film di Lola Doillon

Se il bambino del Guido Orefice di Roberto Benigni ne La vita è bella non aveva respirato l’orrore del campo di concentramento, trovandosi tuttavia nel bel mezzo di un gioco molto complicato giocato da signori in uniforme e dalla parlata incomprensibile e ostile, i nove ragazzini de Il viaggio di Fanny la guerra e la deportazione degli ebrei in qualche modo la capiscono (chi più e chi meno), e la sopportano con dignità, come piccoli guerrieri chiamati a impugnare armi non di plastica ma di acciaio o bronzo fuori dalla loro cameretta o dal giardino di casa. Victor, Erika, Georgette, Fanny, eccetera sanno addirittura che il Nazismo è un male e che i "crucchi" sono cattivi come gli orchi e le streghe delle favole. Hanno imparato, infine, che ancor più dei piedi, martoriati da scarpe rotte e camminate interminabili, a fare male e a provocare scoramento e lacrimoni è l’abbandono da parte di mamma e papà, che scrivono poco o non scrivono più, e che hanno preso il treno per andare andare in un posto sconosciuto.
La vicenda di questi personaggi, toccante e necessaria, è una storia di infanzia negata, rubata e perseguitata, ed è il gancio narrativo a cui Lola Doillon ha appeso il suo talento registico per frugare ancora una volta anime acerbe con leggerezza rohmeriana, empatia e sensibilità primitive, e per aggiungere la sua personalissima voce al coro che ha cantato e (fortunatamente ancora canta) la Shoah. Non c'è però nessun accademismo e nessun intento pedagogico nella sua versione più da guerrilla e quasi tutta "scappa e fuggi" della rocambolesca vera avventura di Fanny Ben-Ami, che dalla Francia occupata riuscì miracolosamente ad arrivare in Svizzera alla guida di un combattivo plotone di piccolini. E questo per due precise ragioni.
La prima è che Il viaggio di Fanny funziona come un thriller, come il miglior thriller, anzi, dove dietro ogni angolo si celano una minaccia, il tradimento di un compagno, una mossa falsa, il pericolo di morte. Il ritmo infatti è serrato e il candore infantile, così come come la scarsa resistenza fisica di chi ha solo 4 o 5 anni, ben si adattano al genere, perchè hanno l’effetto di moltiplicare la tensione, incollando lo spettatore allo schermo proprio come succedeva con Il fuggitivo o con qualche vecchio buon film di guerra. Certo, siccome in prima linea non ci sono né Harrison Ford, né Liam Neeson né Vin Diesel, ogni tanto non manca qualche concessione alla facile commozione (con una lettera che vola come una farfalla, per esempio), ma più spesso l'azione e la poesia, il coraggio e l'innocenza, l'infinita bellezza di un paesaggio e la crudeltà dei villain o di una maturità piombata addosso sono in perfetto equilibrio.
E poi, ed eccoci alla seconda ragione e al motivo per cui il film è attraversato da pause liriche e non è mai troppo sconvolgente - alla Doillon interessa parlare in particolare ai bambini. Per questo segue un andamento narrativo classico, sceglie di non "appoggiarsi" a grandi volti noti (con l'eccezione di Cécile de France) e ha impiegato mesi nella ricerca della giovane protagonista femminile, trovata nella brava ed espressiva Léonie Souchaud. La Fanny da lei impersonata si impone come la pre-adolescente che forse tutti eravamo o avremmo voluto essere, ed è solo una delle donne forti di quello che probabilmente a nessuno potrà sembrare un feel good movie, nemmeno al pubblico giovanissimo che lo vedrà come una favola un po' movimentata. Perché è di ferocia umana che parliamo, di inaudita ferocia, anche nei confronti delle creature più innocenti, che colmano con la loro grazia un buio vuoto di senso.
L’impressione generale, nonostante l’happy ending, è insomma che, anche se ci sarà sempre qualcuno pronto ad accogliere le persone scomode in cerca di salvezza, non mancheranno nel futuro dell’umanità persecuzioni, cacciate, intolleranza, ingiuste separazioni. Questo viene in mente a chi guarda la ragazzina dal vestito rosso che attraversa le alpi: una possibilità di salvezza e di apertura, ma anche un mondo adulto di cui non sempre ci si deve fidare fino in fondo.

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giovedì 27 aprile 2017

Zero Days

Zero Days: recensione del documentario di Alex Gibney su cyber-war e spionaggio digitale

Se pensate, come il sottoscritto, che l’antivirus sia una perdita di tempo, vedendo Zero Days forse cambierete idea, o quantomeno raggiungerete la consapevolezza che avere un Mac non vi mette in salvo dal grande occhio e orecchio che tutto (ci) legge. Alex Gibney è uno dei grandi autori del documentario contemporaneo, sempre pronto a prendere di petto un tema controverso e attuale, riuscendo a realizzare cinema di qualità, lontano sideralmente dal reportage giornalistico, pur affrontando spesso gli stessi argomenti.
Questa volta, in Zero Days, ha davvero sfidato se stesso, senza un chiaro antagonista e un ben focalizzato tema da sviluppare, come in passato la guerra in Iraq, Scientology o il doping di Lance Armstrong. Questa volta insegue il presente, prova ad anticipare il futuro e individua nella guerra digitale, la cyberwar, la grande sfida.
Nello specifico racconta la storia di Stuxnet, un virus autoreplicante, un malware utilizzato come arma offensiva da Stati uniti e Israele per indebolire l’avanzata dell’Iran verso il nucleare. Un attacco sfuggito poi di mano e diffusosi oltre l’obiettivo iniziale, aprendo per la prima volta il vaso di Pandora della cyberwar. Un ulteriore passo verso la spersonalizzazione della guerra, il passaggio dal confronto analogico, fra esseri umani, anche in ambito di intelligence, all’utilizzo dei virus informatici, di una rete minacciosa in grado di infliggere anche danni fisici, come quelli alle turbine nucleare iraniane. Un’arma nata come difesa dal terrorismo digitale, diventata sempre di più strumento offensivo. Risposta in ambito di intelligence ai droni, insieme alle missioni delle forze speciali rappresentano i campi di battaglia delle guerre asimmetriche di questo secolo.
Scegliendo un argomento su cui nessuno vuole esplicitamente parlare, colpa dell’effetto Snowden, dovendo creare un personaggio virtuale, sintesi di tante voci rimaste senza volto, Gibney gira un po’ in tondo, rispetto ai suoi lavori più riusciti, cercando disperatamente di mettere a fuoco la questione e nel farlo talvolta torna più e più volte sugli stessi punti. Ma la sua capacità di rendere Zero Days, fin dal titolo, un vero thriller appassionante, riesce a coinvolgere lo spettatore che abbia la pazienza di seguirlo in un viaggio binario non sempre di facile fruizione.

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domenica 16 aprile 2017

Assassin's Creed

Assassin's Creed: recensione del film con Michael Fassbender tratto dall'omonimo videogioco

Nell'era della cross-medialità (termine orrendo, ma che va tanto di moda), si sta cercando di risolvere da tempo il problema della traduzione della lingua dei videogiochi in quella del cinema, del passaggio tra una forma di racconto immersiva e interattiva a quella passiva e osservante che è propria dei film.
Assassin's Creed, a questo quesito, fornisce una risposta chiara e precisa. Non sarà forse quella ideale, non sarà l'unica possibile, qualcuno nel futuro prossimo la perfezionerà o la rivoluzionerà: non è nemmeno scritto da nessuna parte che sia una risposta che ci deve per forza piacere, ma ciò nondimeno è una risposta. Chiara e precisa.
Del best seller videoludico della Ubisoft, il film di Justin Kurzel riprende mood, temi e personaggi. Lo spirito e l'agire. E fin qui, non ci sono grandi novità. Ma, piuttosto che limitarsi a prendere una linea narrativa cinematografica tradizionale, e intingerla ben bene nel mondo del gioco - trasformandosi così in una storia ispirata a un universo - Assassin's Creed ha scelto una strada radicale, fatta di stravolgimento della sceneggiatura come la conosciamo, per far emergere per quanto possibile la sensazione dell'esperienza. Per rispecchiare attraverso due piani narrativi differenti le parti interlocutorio/esplorative e quelle più d'azione del gioco, e sostituire l'esperienza immersiva di quel medium con rutilanti e virulente scene d'azione che aggrediscono lo sguardo e trascinano via con il fiume in piena della loro energia.
In altre parole: della storia di Assassin's Creed non si capisce un granché: anzi, quasi nulla, soprattutto se non si ha dimestichezza coi videogame. Si intuiscono le linee macroscopiche, e il resto rimane confuso nell'ombra della fotografia scura e austera, ma importa pochissimo: a Kurzel, e probabilmente anche a molti spettatori. Perché quando un pompatissimo e agilissimo Michael Fassbender smette di essere il nevrotico Callum Lynch del presente e dalla mascella sempre tesa, e "viaggia" verso l'Andalusia del 1492 (data non casuale, ma non spoileriamo), infilando il cappuccio e il carisma di Aguilar de Nerha, e andando alla ricerca della Mela dell'Eden che contiene il codice genetico del libero arbitrio umano (sic.), su tante cose ci si smette d'interrogare.
Anche chi non ha mai giocato ad Assassin's Creed conosce probabilmente il look intrigante del suoi protagonista e degli appartenenti alla setta degli Assassini, e le loro capacità letali e acrobatiche: che se già fanno simpatia da sole, nel film di Kurzel esplodono in un tripudio di acrobazie figlie del parkour più estremo e delle arti marziali più spettacolari.
In quel passato spagnolo, Fassbender (e la bella Ariane Labed, da preferirsi alla rigida Cotillard del presente) si muove inarrestabile e devastante, fino a che le esigenze del film, ovvero quelle di uno spettatore che deve pur respirare, riporta tutti a un presente dal gusto massimalista, pomposo e teatrale che Kurzel aveva già mostrato nel Macbeth.
La scellerata sfacciataggine con cui Assassin's Creed ripone tutta la sua fiducia e i suoi sforzi in un'azione che trova in sé stessa la sua giustificazione narrativa, e con la quale si permette di glissare non solo sulla trama, ma su tutto il mondo fanta-storico a sua disposizione (tra Indiana Jones e i fumetti di Martin Mystère) e sulle straordinarie potenzialità, ha un che di perversamente rivoluzionario, per un blockbuster hollywoodiano. Tanto dissennato da fare quasi simpatia. Quasi.

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mercoledì 5 aprile 2017

Mister Felicità

Mister felicità: recensione della nuova commedia di Alessandro Siani

Prosegue il percorso autoriale di Alessandro Siani. Al terzo film da regista, co-sceneggiatore e interprete, il comico napoletano mantiene intatta la formula della commedia per famiglie che il pubblico ha dimostrato di gradire. I precedenti Il principe abusivo e Si accettano miracoli hanno incassato la ragguardevole circa di 15 milioni di euro ciascuno provando che il carisma di Siani faccia una certa presa su una larga fascia d’età.
Mister felicità dunque punta tanto a far ridere quanto a emozionare. Siani alterna il potenziale comico del suo film, cercando di strappare risate da battute verbali e da situazioni slapstick come la mitragliata di noci al ristorante. Le differenze tra ricchezza e povertà del primo film e tra città e provincia del secondo film lasciano il posto a ottimismo e pessimismo. Nella storia l’attore interpreta un indolente disoccupato in Svizzera a che vive a scrocco della sorella. Scambiato per un mental coach capace di risollevare l’istinto motivazionale nelle persone, si trova in casa di una pattinatrice famosa che bisogno di “cure”.
La ricerca di poesia è per Siani ugualmente importante.  La storia sentimentale con l’atleta interpretata da Elena Cucci diventa il pretesto per solleticare la poesia, anche visivamente con ricercate inquadrature particolarmente curate e illuminate. Diego Abatantuono e Carla Signoris sono i bravi comprimari che fanno emergere i loro personaggi senza fatica in un contesto che è effettivamente fruibile da bambini e adulti, magari già addolciti dalle festività natalizie in corso.

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martedì 28 marzo 2017

Nebbia in agosto

Nebbia in agosto: la recensione del film di Kai Wessel in uscita per il giorno della memoria


Nella Germania del Sud dei primi anni '40, Ernst Lossa è un tredicenne di etnia nomade jenisch, orfano di madre e con un padre ambulante che non può prendersene cura. Dopo una trafila di famiglie affidatarie e il riformatorio, arriva nel reparto psichiatrico dell'ospedale gestito dal dottor Veithausen con la nomea di ragazzo problematico. Rassicurato dalle promesse del medico, Ernst si fa ben volere e trova uno scopo nell'aiutare i ragazzi più deboli. Ma quando scopre che un numero crescente dei suoi amici muore per misteriose e fulminanti polmoniti, capisce che vengono uccisi e cerca di ribellarsi con tutta la forza della sua innocenza a una macchina inumana lanciata alla sua massima potenza.
Tra gli indicibili crimini contro l'umanità perpetrati dal nazismo, ancora poco si sa dello sterminio di oltre 200.000 persone – tra cui 5000 bambini e ragazzi - disabili o ritenuti incurabili e incapaci di lavorare, avvenuto tra il 1939 e il 1944 proprio nei luoghi di cura, soprattutto psichiatrici, col pretesto di una pietosa eutanasia ma con lo scopo di depurare la razza ariana degli elementi considerati nocivi. Una rupe Tarpea del ventesimo secolo, gestita col rigore, la precisione e l'assoluta freddezza di un meccanismo che sapeva di poter contare sulla collaborazione di molti volenterosi carnefici. E quando i trasporti e gli omicidi dei malati nelle camere a gas suscitarono proteste e sdegno tra la popolazione, l'efficiente macchina del Reich continuò il suo programma con più discrezione, con la cosiddetta Operazione T4 (sigla dell'indirizzo della villa berlinese dove venne prese la decisione).
Per molto tempo questa tragedia è stata ignorata dagli studiosi e dunque dalle varie commemorazioni, fino a che sono stati aperti gli archivi delle cliniche ed è stato reso noto questo ennesimo capitolo dell'orrore. È degno di nota il fatto che il medico che dal 1980 al 2006 ha gestito la clinica psichiatrica in cui è avvenuta la storia di Ernst Lossa ha fatto da consulente al film. Se l'Italia, infatti, non ha ancora fatto i conti col suo passato, la Germania lo sta già facendo da un pezzo ed è particolarmente significativo che arrivi proprio da lì, sulla scorta di un libro del giornalista e sceneggiatore Robert Domes, un film importante come Nebbia in agosto, che ci fa conoscere una delle tante e terribili storie vere che si sono svolte ai margini dei campi di sterminio.
Per un professor Giovanni Borromeo– un Giusto tra le nazioni – che inventò il terribile Morbo di K per tenere lontani i nazisti dai suoi pazienti ebrei al Fatebenefratelli e tanti altri suoi colleghi che resero onore alla loro missione, ce ne furono altrettanti che tradirono il giuramento di Ippocrate per mettersi al servizio di un’ideologia disumana e utilizzarono persone inermi come cavie di atroci esperimenti - come il famigerato e mai catturato dottor Mengele - oppure, come il dottor Veithausen del film, teorizzarono modi migliori e più economici per accelerare la dipartita di esseri giudicati inutili e nocivi, con la collaborazione di sottoposti che obbedirono agli ordini senza protestare. Quasi tutti, purtroppo, rimasti impuniti.
È già orribile immaginare uno scenario simile in generale, ma il film fa di più: ci fa conoscere (e amare) Ernst, un ragazzo fiero, sfacciato e ladruncolo ma generoso e sensibile, e i suoi compagni con la loro voglia e diritto di vivere, restituendo loro nome e dignità. Perché, come scriveva il premio Nobel Henrich Böll, “il segreto dell’orrore sta nel particolare” e più della sofferenza di masse anonime e sconosciute sono le storie individuali che ce lo fanno capire e sentire con maggiore intensità. Le dittature tolgono alle loro vittime vestiti, capelli, nome e identità per marchiarle con dei numeri, ma se sappiamo i loro nomi, vediamo i loro volti, conosciamo le loro storie, ci sono subito più vicini. A colpirci al cuore e a farci gridare "mai più" sono la bambina col cappotto rosso di Schindler’s List, Anna Frank che sogna il futuro scrivendo il suo diario, rintanata per due anni nel nascondiglio della casa di Amsterdam, Ernst Lossa col suo coraggio, impotente Davide contro un mostruoso Golia.
Tutte storie vere che dovrebbero invitarci a ricordare che questo è stato e non dovrebbe più accadere e che proprio perché lo stiamo dimenticando si ripete oggi in altre parti del mondo, come la Siria e la Nigeria. Nebbia in agosto è un film che rende davvero onore alla Memoria dei milioni di vittime innocenti della storia, e lo fa in modo coinvolgente, rigoroso e contenuto, con molte scene che restano impresse nella memoria e un’unica veniale concessione alla retorica cinematografica in un finale che ci ha ricordato Qualcuno volò sul nido del cuculo. Gran parte del merito va anche agli attori, a partire dai due protagonisti, il giovanissimo, straordinario Ivo Pietzcker e il veterano Sebastian Koch, premiatissimo interprete di Le vite degli altri, che ha messo spesso il suo talento, con lodevole impegno civile, al servizio di film che fanno luce sulla storia più buia del suo paese. Nebbia in Agosto è un tassello prezioso aggiunto alla storia di un secolo e di un’umanità dai cui errori non riusciamo proprio ad imparare, un film che speriamo sia visto da molti e che soprattutto nelle scuole troverà un pubblico ancora incontaminato, in grado di recepirne il messaggio.

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