martedì 22 agosto 2017

IRON FIST


Danny Rand (Finn Jones - Game of Thrones) aveva 10 anni quando l'aereo privato con a bordo suo padre Wendell e sua madre Heather, si schiantò misteriosamente sulle montagne dell'Himalaia.
Unico superstite dell'incidente, Danny viene salvato da un gruppo di monaci guerrieri e portato nella misteriosa città di K'un-Lun; grazie all'addestramento dei monaci e alle brutali condizioni del luogo, diventa un valoroso guerriero.
Dopo 14 anni decide di tornare a New York, per ricongiungersi agli amici di infanzia che considera come una famiglia, Ward and Joy Meachum, figli del socio del padre di Danny. Intenzionato a prendersi il posto che gli spetta nella multinazionale fondata da suo padre, la Rand Enterprise, che viene adesso gestita dalla famiglia Meachum. La serie si concentra sul come Danny Rand sia diventato l'Iron Fist, sull'esperienza a K'un-Lun - reale o immaginaria - e su tutte le vicende che porteranno a fare luce riguardo la morte dei suoi genitori.
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mercoledì 2 agosto 2017

LA BELLA E LA BESTIA


Ventisei anni dopo il film d'animazione che per primo sfondò la barriera della nomination all'Oscar come Miglior Film, la Disney torna su quei luoghi incantanti: il villaggio francese di Belle e il castello stregato della Bestia, dove un orologio, un candelabro, una teiera e la sua tazzina, il piccolo Chicco, trascorrono l'esistenza prede di un sortilegio, sperando che non cada anzitempo l'ultimo petalo di una rosa o non torneranno mai più umani.
Il film di Bill Condon arriva evidentemente sull'onda degli altri remake in live action dei classici Disney, ma sceglie una strada differente rispetto, per esempio, alla revisione di Cenerentola firmata da Kenneth Branagh.
Il nuovo La bella e la bestia non reinventa quasi nulla, e laddove lo fa, nel prologo settecentesco, nell'introduzione di un paio di personaggi e di alcuni interpreti di colore, non opera modifiche particolarmente incisive e sembra piuttosto obbedire a qualche legge morale o hollywoodiana, che ha poco a che vedere col materiale creativo. Al contrario, il film di Condon segue piuttosto alla lettera il precedente animato, riprendendone il copione, il libretto musicale, le stesse inquadrature. Si può non comprendere fino in fondo la natura di questa scommessa, si può ragionevolmente ipotizzare che la logica sia in tutto commerciale, ma non si può non ammetterne il successo finale. In un momento in cui l'animazione ha preso strade più stratificate e sperimentali, spronata dalla rivoluzione Pixar, anche al più moderno dei classici Disney non nuoce una rinfrescatina, e qui c'è abbastanza entusiasmo per un'intera boccata d'aria fresca.
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lunedì 17 luglio 2017

47 Metri


Due giovani sorelle - Lisa e Kate - sono in vacanza in una località marina in Messico. La situazione sarebbe ideale per svagarsi alla grande, ma Lisa è turbata per essere stata lasciata dal suo fidanzato. Così Kate, la più disinvolta delle due, cerca di farla divertire portandola fuori di notte a spassarsela. Due giovani messicani propongono alle ragazze di provare lo sballo di un'immersione in una gabbia in un luogo infestato da squali: totalmente sicuro, totalmente avvincente. Lisa, preoccupata, è titubante, ma dato che è stata lasciata dal fidanzato proprio perché ritenuta noiosa, decide, spinta dalla sorella, di tentare la botta di vita. Quando vede la vecchia gabbia arrugginita del "capitano" Taylor, Lisa è di nuovo colta da dubbi, ma Kate è risoluta: l'avventura va vissuta. In mare aperto vengono gettate le esche per attirare gli squali che subito arrivano. Poi le ragazze si calano in mare dentro la gabbia per potersi godere la vista degli squali al sicuro della loro protezione. Ma per un problema tecnico la gabbia precipita a 47 metri di profondità e le ragazze si trovano nei guai con poca aria e troppi squali.
I pescecani sono un perfetto emblema del terrore sin dai tempi de Lo squalo (e anche da prima). Silenziosi e famelici, rappresentano, nei film, una minaccia contro la quale è difficile difendersi. Per questo motivo, i film con gli squali sono diventati un nutrito sottogenere, tendenzialmente piuttosto ripetitivo. Vi sono però delle varianti, talvolta.
47 metri appartiene a esse, mettendo in scena una situazione che presenta analogie con altri squalo-movies atipici come Open Water e Paradise Beach - Dentro l'incubo, ma con sufficiente originalità nello spunto. 
L'inglese Johannes Roberts è uno specialista dell'horror, pur non avendo un pedigree di particolare brillantezza: qui maneggia con abilità una situazione interessante, da claustrofobia in spazio aperto, in un tour de force registico nel quale trova tempi e modi adeguati per produrre momenti di tensione e spavento senza però mai mettere in secondo piano l'aspetto umano, che ci porta a temere per la sorte delle due protagoniste alle prese con qualcosa di più grande di loro. La tensione viene mantenuta piuttosto alta e convincente: talvolta il film traccheggia per la poca sostanza narrativa (è soprattutto un film di situazione), ma riesce a rendere con efficacia la solitudine e la disperazione delle ragazze di fronte a una natura ostile per la quale sono solo cibo per squali.
Pur senza essere particolarmente sottile nella descrizione delle psicologie, inoltre, il film è capace anche di fornire un ritratto convincente del legame che unisce le due sorelle, diverse nel carattere, ma solidali e profondamente affezionate. E l'incertezza in cui versano, insicure sullo stato delle cose in superficie (sono state abbandonate o qualcuno le cerca?), aggiunge ulteriori elementi di suspense. Certo l'elenco delle cose che vanno storte è un po' troppo lungo e ciò detrae un po' di credibilità dalla vicenda, ma nell'insieme il film è molto realistico, avvincente, teso e dotato anche di un buon colpo di scena finale che chiude in modo adeguato la storia. Buona la prova del cast con Mandy Moore e Claire Holt in buona evidenza e la simpatica partecipazione di una vecchia volpe del cinema hollywoodiano come Matthew Modine - lontano dai fasti di Full Metal Jacket, ma ancora in gamba - nei panni di un lupo di mare dall'attrezzatura un po' troppo corrosa dalla salsedine.
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lunedì 3 luglio 2017

Cuori Puri


Agnese compie i diciotto anni mentre vive con una madre molto devota e frequenta la parrocchia locale dove sta per compiere una promessa di castità fino al giorno delle nozze. Stefano ha venticinque anni, un passato difficile e un presente in cui deve cercare di conservare l'incarico di custode di un parcheggio che confina con un campo rom. La sua famiglia sta per essere sfrattata e ha bisogno del suo aiuto. Il loro incontro farà nascere un sentimento speciale che implica delle scelte importanti, in particolare per Agnese.
Era da tempo che non compariva sugli schermi un'opera prima così intensa e così carica di un realismo che si fa cinema ad ogni inquadratura.
A partire dall'inseguimento iniziale: una corsa in cui Stefano, addetto al controllo in un centro commerciale, insegue Agnese che ha rubato un cellulare di scarso valore. È il loro primo incontro ma non è l'inizio di un idillio. È solo il prologo di un percorso irto di ostacoli. Perché il microcosmo che li circonda non è loro di aiuto. De Paolis si libera da tutti i presunti doveri del politically correct, quelli per intendersi, che fanno gridare allo scandalo gli ipocriti che vorrebbero dipingere la realtà così come non è. In questo film i rom non sono tutti buoni così come gli sfrattati non sono solo vittime e le buone intenzioni non necessariamente conducono a quella Verità che potrebbe farci liberi. 

Agnese è chiusa in una gabbia che non ha pareti ma che, grazie a una madre ossessionata da una religiosità pervasiva, la rinchiude apparentemente senza via di scampo. Questo senza che ci sia la necessità di rappresentare l'ambito parrocchiale come un luogo retrogrado e conservatore. Don Luca è un sacerdote che crede sinceramente a ciò che propone ai ragazzi, ne conosce le difficoltà in senso generale ma non entra mai in una dinamica di comprensione del singolo se non per una reprimenda sul furto.
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mercoledì 28 giugno 2017

TREDICI


Tratta dai bestseller di Jay Asher, la serie originale Netflix Tredici racconta la storia di Clay Jensen (Dylan Minnette), un ragazzo che al ritorno dalla scuola trova sulla porta di casa una misteriosa scatola con su scritto il suo nome. Nella scatola scopre delle cassette registrate da Hannah Baker, una compagna di classe per la quale aveva una cotta e che si è suicidata due settimane prima. Nelle registrazioni, Hannah spiega le tredici ragioni che l'hanno spinta a togliersi la vita. Clay è forse tra queste?

Pubblicato nel 2007 con la grafia "Th1rteen R3asons Why", il romanzo di Jay Asher è stato un grande successo negli States e in occasione della serie Tredici a cui ha dato origine, disponibile su Netflix, ne è stata ripubblicata - anche in Italia da Mondadori - una edizione speciale per il decennale. Il libro consta di meno di trecento pagine e racconta una sola giornata, durante la quale il giovane protagonista Clay Jensen ascolta le tredici incisioni lasciate da Hannah Baker dopo il suo suicidio. 
Si tratta in sostanza di un duetto di voci, quella registrata di Hannah e quella interiore di Clay, che interviene a commentare con il proprio flusso di coscienza di dubbi, riflessioni e ricordi. In termini di azione non succede quasi nulla, a parte per Clay che evita i propri genitori e attraversa la cittadina (una "american small town" come tante altre) seguendo la mappa lasciata da Hannah.

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venerdì 16 giugno 2017

Girlboss


d appena 28 anni, Sophia Amoruso è milionaria. Fino a pochi anni prima si era sempre data da fare con piccoli lavoretti, spesso abbandonati a causa di un modo di fare tutto suo, talvolta irresponsabile, mai convenzionale. Senza denaro, prossima allo sfratto e a un passo dalla disperazione, si accorge che rivendere abiti vintage su e-bay, nell'era di Internet, potrebbe portarle notevoli guadagni. Tutto ciò che dovrà fare è selezionare i capi di abbigliamento e trovare un luogo dove acquistarne di nuovi a poco prezzo: operazione che inizialmente le sembrerà più semplice di quanto si rivelerà poi essere. Inizierà così, praticamente da sola, contro tutti e con il suo caratteraccio, a costruire un impero che prende il nome di Nasty Gal.
Girlboss si basa sull'autobiografia #Girlboss di Sophia Amoruso. La Sophia reale e quella seriale hanno altro in comune: entrambe sono consapevoli di essere verbalmente troppo aggressive, troppo spigolose, troppo indigeste. 
La Nasty Gal è oggi un'impresa on-line da 100 milioni di dollari, che dà lavoro a circa 350 dipendenti. Il vero valore dell'azienda, tuttavia, è nel messaggio che la sua stessa esistenza veicola: è un qualcosa che nasce dal nulla, grazie al talento e alla caparbietà di una ragazza - Sophia Amoroso - che è cresciuta in strada. È una realtà, insomma, che testimonia come il sogno americano sia ancora oggi più che mai vivo.

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giovedì 1 giugno 2017

CABLE GIRLS




Quattro donne, gli anni '30, aria di ribellione: da una parte la rivoluzione tecnologica che passa attraverso i cavi di un centralino telefonico, dall'altra la rivoluzione dei costumi, che si consuma (anche) rompendo il tabù di una gonna un po' più corta del "normale". 

Alla regia Carlos Sedes e David Pinillos (Velvet, Grand Hotel), nei ruoli delle quattro protagoniste la star Blanca Suárez (El barco, El internado), Nadia de Santiago (Musarañas, Amar es para siempre), Ana Fernández (Los protegidos) e Maggie Civantos (Vis a vis).
Rilasciata in 190 paesi da Netflix a partire dal 28 aprile, Cable Girls è la prima serie originale del colosso del video on demand prodotta in Spagna.

I PERSONAGGI
Già rinnovata per una seconda stagione, Cable Girls si ambienta nella Madrid del 1929, all'interno del grattacielo che ospita la sede della neonata Compagnia de Telefonia. All'interno di queste stanze si muovono i destini delle quattro protagoniste Lidia, Carlota, Ángeles e María Inmaculada detta Marga, appena assunte come centraliniste.
Quattro caratteri femminili molto diversi per quattro donne che si troveranno, spesso loro malgrado, a essere testimoni dei segreti e degli intrighi politici che corrono lungo le linee telefoniche.

Dalla protagonista Lidia, in fuga da un misterioso passato, a Carlota, figlia ribelle di un militare, passando per Ángeles, apparentemente sottomessa al marito, e la campagnola Maria, le quattro colleghe/amiche sono accomunate da un identico destino: quello di affermare la propria indipendenza ed emanciparsi in una società ancora troppo al maschile.

IL MOOD
Lontana più psicologicamente che temporalmente dalla dittatura di Franco, la Madrid de Cable Girls è una città da un milione di abitanti, moderna, nel boom dello sviluppo architettonico e piena di fiducia nel futuro. Nascono in quegli anni interi quartieri per ospitare il nuovo proletariato urbano (Ventas, Tetuán), si inaugura la Gran Via per decongestionare il centro storico dove il traffico è già stato "alleggerito" dalla nuovissima metropolitana, mentre poco lontano dal Palazzo Reale nasce la Ciudad Universitaria.
La compagnia telefonica della serie è la prima a portare in città la rivoluzionaria forma di comunicazione a distanza, trovando naturalmente posto nel primo grattacielo mai costruito in città.

Ma a far da protagonista nelle otto puntate della prima stagione, inevitabilmente, è anche la moda femminile anni '20 e '30: cappellini, copricapo e velette, gonne al ginocchio e camicie, reggiseni a fascia per coprire rigorosamente le forme. Perché nella Madrid di fine anni venti, vale la pena di ricordarlo, le donne non solo non erano libere di indossare quel che volevano, ma dovevano regolarsi su canoni differenti a seconda del lavoro (eventualmente) intrapreso. Ammesso che lo trovassero - e che i loro mariti fossero d'accordo.

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venerdì 5 maggio 2017

Il viaggio di Fanny

Il viaggio di Fanny: recensione del film di Lola Doillon

Se il bambino del Guido Orefice di Roberto Benigni ne La vita è bella non aveva respirato l’orrore del campo di concentramento, trovandosi tuttavia nel bel mezzo di un gioco molto complicato giocato da signori in uniforme e dalla parlata incomprensibile e ostile, i nove ragazzini de Il viaggio di Fanny la guerra e la deportazione degli ebrei in qualche modo la capiscono (chi più e chi meno), e la sopportano con dignità, come piccoli guerrieri chiamati a impugnare armi non di plastica ma di acciaio o bronzo fuori dalla loro cameretta o dal giardino di casa. Victor, Erika, Georgette, Fanny, eccetera sanno addirittura che il Nazismo è un male e che i "crucchi" sono cattivi come gli orchi e le streghe delle favole. Hanno imparato, infine, che ancor più dei piedi, martoriati da scarpe rotte e camminate interminabili, a fare male e a provocare scoramento e lacrimoni è l’abbandono da parte di mamma e papà, che scrivono poco o non scrivono più, e che hanno preso il treno per andare andare in un posto sconosciuto.
La vicenda di questi personaggi, toccante e necessaria, è una storia di infanzia negata, rubata e perseguitata, ed è il gancio narrativo a cui Lola Doillon ha appeso il suo talento registico per frugare ancora una volta anime acerbe con leggerezza rohmeriana, empatia e sensibilità primitive, e per aggiungere la sua personalissima voce al coro che ha cantato e (fortunatamente ancora canta) la Shoah. Non c'è però nessun accademismo e nessun intento pedagogico nella sua versione più da guerrilla e quasi tutta "scappa e fuggi" della rocambolesca vera avventura di Fanny Ben-Ami, che dalla Francia occupata riuscì miracolosamente ad arrivare in Svizzera alla guida di un combattivo plotone di piccolini. E questo per due precise ragioni.
La prima è che Il viaggio di Fanny funziona come un thriller, come il miglior thriller, anzi, dove dietro ogni angolo si celano una minaccia, il tradimento di un compagno, una mossa falsa, il pericolo di morte. Il ritmo infatti è serrato e il candore infantile, così come come la scarsa resistenza fisica di chi ha solo 4 o 5 anni, ben si adattano al genere, perchè hanno l’effetto di moltiplicare la tensione, incollando lo spettatore allo schermo proprio come succedeva con Il fuggitivo o con qualche vecchio buon film di guerra. Certo, siccome in prima linea non ci sono né Harrison Ford, né Liam Neeson né Vin Diesel, ogni tanto non manca qualche concessione alla facile commozione (con una lettera che vola come una farfalla, per esempio), ma più spesso l'azione e la poesia, il coraggio e l'innocenza, l'infinita bellezza di un paesaggio e la crudeltà dei villain o di una maturità piombata addosso sono in perfetto equilibrio.
E poi, ed eccoci alla seconda ragione e al motivo per cui il film è attraversato da pause liriche e non è mai troppo sconvolgente - alla Doillon interessa parlare in particolare ai bambini. Per questo segue un andamento narrativo classico, sceglie di non "appoggiarsi" a grandi volti noti (con l'eccezione di Cécile de France) e ha impiegato mesi nella ricerca della giovane protagonista femminile, trovata nella brava ed espressiva Léonie Souchaud. La Fanny da lei impersonata si impone come la pre-adolescente che forse tutti eravamo o avremmo voluto essere, ed è solo una delle donne forti di quello che probabilmente a nessuno potrà sembrare un feel good movie, nemmeno al pubblico giovanissimo che lo vedrà come una favola un po' movimentata. Perché è di ferocia umana che parliamo, di inaudita ferocia, anche nei confronti delle creature più innocenti, che colmano con la loro grazia un buio vuoto di senso.
L’impressione generale, nonostante l’happy ending, è insomma che, anche se ci sarà sempre qualcuno pronto ad accogliere le persone scomode in cerca di salvezza, non mancheranno nel futuro dell’umanità persecuzioni, cacciate, intolleranza, ingiuste separazioni. Questo viene in mente a chi guarda la ragazzina dal vestito rosso che attraversa le alpi: una possibilità di salvezza e di apertura, ma anche un mondo adulto di cui non sempre ci si deve fidare fino in fondo.

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giovedì 27 aprile 2017

Zero Days

Zero Days: recensione del documentario di Alex Gibney su cyber-war e spionaggio digitale

Se pensate, come il sottoscritto, che l’antivirus sia una perdita di tempo, vedendo Zero Days forse cambierete idea, o quantomeno raggiungerete la consapevolezza che avere un Mac non vi mette in salvo dal grande occhio e orecchio che tutto (ci) legge. Alex Gibney è uno dei grandi autori del documentario contemporaneo, sempre pronto a prendere di petto un tema controverso e attuale, riuscendo a realizzare cinema di qualità, lontano sideralmente dal reportage giornalistico, pur affrontando spesso gli stessi argomenti.
Questa volta, in Zero Days, ha davvero sfidato se stesso, senza un chiaro antagonista e un ben focalizzato tema da sviluppare, come in passato la guerra in Iraq, Scientology o il doping di Lance Armstrong. Questa volta insegue il presente, prova ad anticipare il futuro e individua nella guerra digitale, la cyberwar, la grande sfida.
Nello specifico racconta la storia di Stuxnet, un virus autoreplicante, un malware utilizzato come arma offensiva da Stati uniti e Israele per indebolire l’avanzata dell’Iran verso il nucleare. Un attacco sfuggito poi di mano e diffusosi oltre l’obiettivo iniziale, aprendo per la prima volta il vaso di Pandora della cyberwar. Un ulteriore passo verso la spersonalizzazione della guerra, il passaggio dal confronto analogico, fra esseri umani, anche in ambito di intelligence, all’utilizzo dei virus informatici, di una rete minacciosa in grado di infliggere anche danni fisici, come quelli alle turbine nucleare iraniane. Un’arma nata come difesa dal terrorismo digitale, diventata sempre di più strumento offensivo. Risposta in ambito di intelligence ai droni, insieme alle missioni delle forze speciali rappresentano i campi di battaglia delle guerre asimmetriche di questo secolo.
Scegliendo un argomento su cui nessuno vuole esplicitamente parlare, colpa dell’effetto Snowden, dovendo creare un personaggio virtuale, sintesi di tante voci rimaste senza volto, Gibney gira un po’ in tondo, rispetto ai suoi lavori più riusciti, cercando disperatamente di mettere a fuoco la questione e nel farlo talvolta torna più e più volte sugli stessi punti. Ma la sua capacità di rendere Zero Days, fin dal titolo, un vero thriller appassionante, riesce a coinvolgere lo spettatore che abbia la pazienza di seguirlo in un viaggio binario non sempre di facile fruizione.

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domenica 16 aprile 2017

Assassin's Creed

Assassin's Creed: recensione del film con Michael Fassbender tratto dall'omonimo videogioco

Nell'era della cross-medialità (termine orrendo, ma che va tanto di moda), si sta cercando di risolvere da tempo il problema della traduzione della lingua dei videogiochi in quella del cinema, del passaggio tra una forma di racconto immersiva e interattiva a quella passiva e osservante che è propria dei film.
Assassin's Creed, a questo quesito, fornisce una risposta chiara e precisa. Non sarà forse quella ideale, non sarà l'unica possibile, qualcuno nel futuro prossimo la perfezionerà o la rivoluzionerà: non è nemmeno scritto da nessuna parte che sia una risposta che ci deve per forza piacere, ma ciò nondimeno è una risposta. Chiara e precisa.
Del best seller videoludico della Ubisoft, il film di Justin Kurzel riprende mood, temi e personaggi. Lo spirito e l'agire. E fin qui, non ci sono grandi novità. Ma, piuttosto che limitarsi a prendere una linea narrativa cinematografica tradizionale, e intingerla ben bene nel mondo del gioco - trasformandosi così in una storia ispirata a un universo - Assassin's Creed ha scelto una strada radicale, fatta di stravolgimento della sceneggiatura come la conosciamo, per far emergere per quanto possibile la sensazione dell'esperienza. Per rispecchiare attraverso due piani narrativi differenti le parti interlocutorio/esplorative e quelle più d'azione del gioco, e sostituire l'esperienza immersiva di quel medium con rutilanti e virulente scene d'azione che aggrediscono lo sguardo e trascinano via con il fiume in piena della loro energia.
In altre parole: della storia di Assassin's Creed non si capisce un granché: anzi, quasi nulla, soprattutto se non si ha dimestichezza coi videogame. Si intuiscono le linee macroscopiche, e il resto rimane confuso nell'ombra della fotografia scura e austera, ma importa pochissimo: a Kurzel, e probabilmente anche a molti spettatori. Perché quando un pompatissimo e agilissimo Michael Fassbender smette di essere il nevrotico Callum Lynch del presente e dalla mascella sempre tesa, e "viaggia" verso l'Andalusia del 1492 (data non casuale, ma non spoileriamo), infilando il cappuccio e il carisma di Aguilar de Nerha, e andando alla ricerca della Mela dell'Eden che contiene il codice genetico del libero arbitrio umano (sic.), su tante cose ci si smette d'interrogare.
Anche chi non ha mai giocato ad Assassin's Creed conosce probabilmente il look intrigante del suoi protagonista e degli appartenenti alla setta degli Assassini, e le loro capacità letali e acrobatiche: che se già fanno simpatia da sole, nel film di Kurzel esplodono in un tripudio di acrobazie figlie del parkour più estremo e delle arti marziali più spettacolari.
In quel passato spagnolo, Fassbender (e la bella Ariane Labed, da preferirsi alla rigida Cotillard del presente) si muove inarrestabile e devastante, fino a che le esigenze del film, ovvero quelle di uno spettatore che deve pur respirare, riporta tutti a un presente dal gusto massimalista, pomposo e teatrale che Kurzel aveva già mostrato nel Macbeth.
La scellerata sfacciataggine con cui Assassin's Creed ripone tutta la sua fiducia e i suoi sforzi in un'azione che trova in sé stessa la sua giustificazione narrativa, e con la quale si permette di glissare non solo sulla trama, ma su tutto il mondo fanta-storico a sua disposizione (tra Indiana Jones e i fumetti di Martin Mystère) e sulle straordinarie potenzialità, ha un che di perversamente rivoluzionario, per un blockbuster hollywoodiano. Tanto dissennato da fare quasi simpatia. Quasi.

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mercoledì 5 aprile 2017

Mister Felicità

Mister felicità: recensione della nuova commedia di Alessandro Siani

Prosegue il percorso autoriale di Alessandro Siani. Al terzo film da regista, co-sceneggiatore e interprete, il comico napoletano mantiene intatta la formula della commedia per famiglie che il pubblico ha dimostrato di gradire. I precedenti Il principe abusivo e Si accettano miracoli hanno incassato la ragguardevole circa di 15 milioni di euro ciascuno provando che il carisma di Siani faccia una certa presa su una larga fascia d’età.
Mister felicità dunque punta tanto a far ridere quanto a emozionare. Siani alterna il potenziale comico del suo film, cercando di strappare risate da battute verbali e da situazioni slapstick come la mitragliata di noci al ristorante. Le differenze tra ricchezza e povertà del primo film e tra città e provincia del secondo film lasciano il posto a ottimismo e pessimismo. Nella storia l’attore interpreta un indolente disoccupato in Svizzera a che vive a scrocco della sorella. Scambiato per un mental coach capace di risollevare l’istinto motivazionale nelle persone, si trova in casa di una pattinatrice famosa che bisogno di “cure”.
La ricerca di poesia è per Siani ugualmente importante.  La storia sentimentale con l’atleta interpretata da Elena Cucci diventa il pretesto per solleticare la poesia, anche visivamente con ricercate inquadrature particolarmente curate e illuminate. Diego Abatantuono e Carla Signoris sono i bravi comprimari che fanno emergere i loro personaggi senza fatica in un contesto che è effettivamente fruibile da bambini e adulti, magari già addolciti dalle festività natalizie in corso.

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martedì 28 marzo 2017

Nebbia in agosto

Nebbia in agosto: la recensione del film di Kai Wessel in uscita per il giorno della memoria


Nella Germania del Sud dei primi anni '40, Ernst Lossa è un tredicenne di etnia nomade jenisch, orfano di madre e con un padre ambulante che non può prendersene cura. Dopo una trafila di famiglie affidatarie e il riformatorio, arriva nel reparto psichiatrico dell'ospedale gestito dal dottor Veithausen con la nomea di ragazzo problematico. Rassicurato dalle promesse del medico, Ernst si fa ben volere e trova uno scopo nell'aiutare i ragazzi più deboli. Ma quando scopre che un numero crescente dei suoi amici muore per misteriose e fulminanti polmoniti, capisce che vengono uccisi e cerca di ribellarsi con tutta la forza della sua innocenza a una macchina inumana lanciata alla sua massima potenza.
Tra gli indicibili crimini contro l'umanità perpetrati dal nazismo, ancora poco si sa dello sterminio di oltre 200.000 persone – tra cui 5000 bambini e ragazzi - disabili o ritenuti incurabili e incapaci di lavorare, avvenuto tra il 1939 e il 1944 proprio nei luoghi di cura, soprattutto psichiatrici, col pretesto di una pietosa eutanasia ma con lo scopo di depurare la razza ariana degli elementi considerati nocivi. Una rupe Tarpea del ventesimo secolo, gestita col rigore, la precisione e l'assoluta freddezza di un meccanismo che sapeva di poter contare sulla collaborazione di molti volenterosi carnefici. E quando i trasporti e gli omicidi dei malati nelle camere a gas suscitarono proteste e sdegno tra la popolazione, l'efficiente macchina del Reich continuò il suo programma con più discrezione, con la cosiddetta Operazione T4 (sigla dell'indirizzo della villa berlinese dove venne prese la decisione).
Per molto tempo questa tragedia è stata ignorata dagli studiosi e dunque dalle varie commemorazioni, fino a che sono stati aperti gli archivi delle cliniche ed è stato reso noto questo ennesimo capitolo dell'orrore. È degno di nota il fatto che il medico che dal 1980 al 2006 ha gestito la clinica psichiatrica in cui è avvenuta la storia di Ernst Lossa ha fatto da consulente al film. Se l'Italia, infatti, non ha ancora fatto i conti col suo passato, la Germania lo sta già facendo da un pezzo ed è particolarmente significativo che arrivi proprio da lì, sulla scorta di un libro del giornalista e sceneggiatore Robert Domes, un film importante come Nebbia in agosto, che ci fa conoscere una delle tante e terribili storie vere che si sono svolte ai margini dei campi di sterminio.
Per un professor Giovanni Borromeo– un Giusto tra le nazioni – che inventò il terribile Morbo di K per tenere lontani i nazisti dai suoi pazienti ebrei al Fatebenefratelli e tanti altri suoi colleghi che resero onore alla loro missione, ce ne furono altrettanti che tradirono il giuramento di Ippocrate per mettersi al servizio di un’ideologia disumana e utilizzarono persone inermi come cavie di atroci esperimenti - come il famigerato e mai catturato dottor Mengele - oppure, come il dottor Veithausen del film, teorizzarono modi migliori e più economici per accelerare la dipartita di esseri giudicati inutili e nocivi, con la collaborazione di sottoposti che obbedirono agli ordini senza protestare. Quasi tutti, purtroppo, rimasti impuniti.
È già orribile immaginare uno scenario simile in generale, ma il film fa di più: ci fa conoscere (e amare) Ernst, un ragazzo fiero, sfacciato e ladruncolo ma generoso e sensibile, e i suoi compagni con la loro voglia e diritto di vivere, restituendo loro nome e dignità. Perché, come scriveva il premio Nobel Henrich Böll, “il segreto dell’orrore sta nel particolare” e più della sofferenza di masse anonime e sconosciute sono le storie individuali che ce lo fanno capire e sentire con maggiore intensità. Le dittature tolgono alle loro vittime vestiti, capelli, nome e identità per marchiarle con dei numeri, ma se sappiamo i loro nomi, vediamo i loro volti, conosciamo le loro storie, ci sono subito più vicini. A colpirci al cuore e a farci gridare "mai più" sono la bambina col cappotto rosso di Schindler’s List, Anna Frank che sogna il futuro scrivendo il suo diario, rintanata per due anni nel nascondiglio della casa di Amsterdam, Ernst Lossa col suo coraggio, impotente Davide contro un mostruoso Golia.
Tutte storie vere che dovrebbero invitarci a ricordare che questo è stato e non dovrebbe più accadere e che proprio perché lo stiamo dimenticando si ripete oggi in altre parti del mondo, come la Siria e la Nigeria. Nebbia in agosto è un film che rende davvero onore alla Memoria dei milioni di vittime innocenti della storia, e lo fa in modo coinvolgente, rigoroso e contenuto, con molte scene che restano impresse nella memoria e un’unica veniale concessione alla retorica cinematografica in un finale che ci ha ricordato Qualcuno volò sul nido del cuculo. Gran parte del merito va anche agli attori, a partire dai due protagonisti, il giovanissimo, straordinario Ivo Pietzcker e il veterano Sebastian Koch, premiatissimo interprete di Le vite degli altri, che ha messo spesso il suo talento, con lodevole impegno civile, al servizio di film che fanno luce sulla storia più buia del suo paese. Nebbia in Agosto è un tassello prezioso aggiunto alla storia di un secolo e di un’umanità dai cui errori non riusciamo proprio ad imparare, un film che speriamo sia visto da molti e che soprattutto nelle scuole troverà un pubblico ancora incontaminato, in grado di recepirne il messaggio.

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lunedì 13 marzo 2017

Maestro Recensione

Maestro: recensione del documentario sulla musica nascosta dei campi di concentramento


Piccole note rotonde e panciute vergate su pentagrammi di fortuna con l’inchiostro o più spesso con il carboncino; partiture scritte di getto e nascoste scrupolosamente; suite e sinfonie composte nelle stanze della tortura per non contemplare l’orrore; canzoni della disperazione cantate silenziosamente e impresse in maniera indelebile nella mente. In altre parole, musica: quella inventata da ebrei, zingari e prigionieri politici internati nei campi di sterminio durante la Seconda Guerra Mondiale per rispondere, con malinconica dolcezza, all’amarezza di una non vita e per resistere, attraverso l’esercizio della libertà creativa, al carcere della morte e dell’annientamento della dignità umana.
Che siffatto patrimonio artistico esistesse lo immaginavamo, ma senza il miracoloso operato del pianista Francesco Lotoro, fondatore dell’Orchestra di Musica Concentrazionaria, probabilmente non sarebbe mai arrivato fino a noi, sospinto oltre le cortine di un eterno presente che ci rende dimentichi della nostra storia anche dal documentario Maestro di Alexandre Valenti, che questa miracolosa avventura ce la racconta con semplicità e umanità.
Al di là dell’importanza del film, che è uno dei tanti che La Giornata della Memoria "edizione del 2017" impone alla nostra attenzione, la testimonianza del regista argentino - che ci piace definire "un road movie della memoria" - è bella e coinvolgente perché è il ritratto di un uomo guidato sì da un dovere (che ha molto a che fare con la sua conversione all’ebraismo), ma animato soprattutto da sentimenti fortissimi a cui non è mai riuscito a non abbandonarsi con immenso struggimento. "Signore, insegnami a controllare le emozioni", dice a metà doc l’eroe di Barletta, che gira l’Europa e risolve enigmi proprio come Sherlock Holmes. Attraverso i suoi occhi sgranati per la meraviglia e per l’entusiasmo di affrontare continue sfide possiamo rivolgere uno sguardo nuovo ai tanti ex prigionieri di Auschwitz, Mathausen o Terezìn, perché aldilà dei numeri segnati indelebilmente sulle braccia, intuiamo caparbietà e dolcezza, forza e urgenza.
Non che Valenti cerchi la facile commozione. No, fra le immagini di repertorio con montagne di cadaveri e corpi emaciati su cui stanno appese le divise a righe, l’attenzione è rivolta piuttosto all’intelligenza e alla voglia di sfuggire all’oblio dei tanti musicisti così come alle varie tappe di cui si compone la missione del cacciatore di concerti: le segnalazioni, il viaggio spesso con un budget ridotto, gli incontri, l’archiviazione, la ricostruzione, l’esecuzione, la restituzione dell’opera d’arte in tutta la sua bellezza a chi per primo l’ha concepita. Il tutto in una lotta strenua contro il tempo, che d’improvviso, passando, arresta i cuori di uomini e donne che hanno più di 100 anni, come la vivace Wally Loewenthal Kraveno, un tempo ragazza carina da morire dagli occhi azzurro-viola che non ha avuto la possibilità di sentire il suo concertino op. 28 per pianoforte.
Scapigliato e tenero nel suo goffo accento francese e inglese, Francesco Lotoro guida 75 minuti di film come un valoroso condottiero, li cavalca alternando la sua vicenda personale ai ricordi di nipoti di e figli di, figli che vogliono tramandare e figli che vogliono dimenticare, perché il passato sovente è un macigno troppo pesante perfino per Atlante. L'impresa è appassionante e ci restituisce personaggi (anzi, persone) di cui vorremo sapere di più.
Rispettoso delle esistenze che racconta e del messaggio che reca con sé, Maestro ha reso più facile e più economicamente sostenibile il lavoro di Lotoro, che forse potrà concludere prima del previsto la sua Enciclopedia di Musica Concentrazionaria e trovare una casa, o una citttadella per tutti gli spartiti. Conoscere e parlare del suo operato dovrebbe essere un must per ognuno di noi, perché senza la memoria non siamo nulla. E allora il nostro consiglio è di andare al cinema a vedere questo documentario, e di prendete ispirazione dalle difficoltà per inventare, magari per scrivere un’intera Biblioteca di Allessandria, che forse un lontano domani qualcuno saprà con solerzia riportare in vita.

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giovedì 2 marzo 2017

Your Name

Your Name - La recensione dell'anime di Makoto Shinkai


L'adolescente Mitsuha e il coetaneo Taki non si conoscono: lei vive nel provinciale paese montano di Itomori, lui vive a Tokyo. Nei giorni che vedono l'imminente passaggio di una cometa vicino alla Terra, per qualche ragione, capita che in alcune giornate l'anima di lei finisca nel corpo di lui, e viceversa. Sulle prime sconvolti dall'inspiegabile fenomeno e dalle sue tragicomiche conseguenze, i due imparano a comunicare e conoscersi, almeno finché...
L'anime Your Name, scritto e diretto da Makoto Shinkai per la Comix Wave, arriva in Italia con un'uscita evento di tre giorni, a furor di popolo: a sorpresa dello stesso Shinkai, è diventato il quinto più grande incasso della storia su suolo giapponese (140 milioni di dollari!), nonché il primo anime non di Hayao Miyazaki a superare i 100 milioni di dollari in patria. Dopo averlo visto, non è difficile capire perché.
Your Name usa la tradizione anime per raccontare il Giappone col cuore in mano, metabolizzando sì suggestioni cinematografiche anche occidentali (si pensa a Tutto accadde un venerdì e cloni), ma mettendole al servizio di una visione del mondo passionale, mistica e problematica che chiunque conosca i temi degli anime più rinomati non stenta a riconoscere. Mitsuha è spinta da sua nonna a perpetuare tradizioni religiose di cui non capisce il senso, tradizioni lontane anni luce dalla città in cui vive Taki, che oltre a ignorare il passato culturale di quella terra ne ignora persino l'esistenza. E' però proprio quella visione antica dell'universo e del divino (pagano, si direbbe con gli occhi cristiani e occidentali) che compie due miracoli: illumina di misticismo il mistero della connessione amorosa e sessuale che i più fortunati di noi sperimentano, e dà un sapore originale, arcaico, a temi narrativi in altri casi declinati con la fantascienza.
Shinkai, premiato in questo caso dal pubblico anche per una ricerca di leggerezza e commedia assenti in altri suoi lavori, procede deciso: il suo cinema usa la fantasia per spiegare lo straordinario inspiegabile degli affetti, del destino, della natura, del tempo e delle crudeli apocalissi che il Giappone ha subìto e da cui si è saputo rialzare. E la vertigine che costruisce funziona, sbatacchiando gli spettatori tra una risata, un'angoscia terribile (a metà della vicenda, non possiamo spoilerare) e una risoluzione liberatoria che spinge a pescare fazzoletti. E' raro che tra una classica smorfia anime e l'altra, si tocchi con mano così bene il terrore e la fascinazione per le nostre esistenze, effimere e incredibilmente significative allo stesso tempo.
Anche se, volendosi soffermare su alcune soluzioni stilistiche più scontate, Your Name forse non è all'altezza formale di gioielli precedenti di Shinkai come Il giardino delle parole (attualmente su Netflix) e 5cm Per Second, è però tuttavia più solare, positivo e motivante di questi ultimi, senza rinunciare al sentimento sperticato che lo contraddistingue. C'è chi vede in lui il nuovo Miyazaki (qualche tema è in comune, in effetti), ma Your Name ha un'identità più chiara d ell'omaggio esplicito allo Studio Ghibli di qualche anno fa, cioè Viaggio per Agartha. Con un responso di pubblico e critica di questa portata, peraltro giudicato "terrificante" da lui stesso, imbarazzato dal paragone con Hayao, Makoto Shinkai, classe 1973, adesso è Makoto Shinkai e basta.

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domenica 26 febbraio 2017

Riparare i viventi

Riparare i viventi: recensione del film con Emmanuelle Seigner e Anne Dorval



E’ folgorante e meravigliosa, potente e lirica - e quasi metafisica alla luce di ciò che avverrà dopo - la sequenza in mare di Riparare i viventi, che, dopo un addio fra innamorati all’alba alla "Romeo e Giulietta", fotografa l’attesa sulla tavola da surf (da parte di 3 ragazzi) del tubo in cui infilarsi e poi dell’onda da cavalcare per fondersi con l’acqua, la natura e il cosmo nella sua interezza, regalando un senso di gioia e di compiutezza che che l’ostilità delle condizioni climatiche non può in nessun modo guastare. E’ straordinaria (anche nel suo colore grigio, la sua luce fioca e nello stile di regia che la innalza al di sopra di molto cinema contemporaneo) perché racconta, in breve, l’energia pulsante di un corpo giovane, fiero e trionfante, un corpo strappato alla vita e ai palpiti dell’adolescenza che diventa l’involucro di un cuore da trapiantare in un altro petto, meno giovane, più stanco, più affannato.
Disteso prima in un letto d’ospedale e poi sul lettino di una sala operatoria, questo corpo costituisce il punto di partenza di un vorticoso girotondo schnitzleriano di quasi due ore, del diario intimo di una summa di esistenze che ruotano tutte intorno al bisogno di trovare la propria conferma nell’affetto dell’altro. E difatti, pullula di figli che vogliono il bene dei genitori, di genitori che non si rassegnano a perdere i figli, di uomini che amano donne, di donne che amano donne e uomini e donne che forse un giorno si ameranno il terzo film di Katell Quillévéré, ed è una cosa importante e bella, perché non è facile narrare la vita e la trepidazione quando si parla di morte, pur appoggiandosi a una storia già messa per iscritto da altri.
E comunque, per la regista, adattare il famoso e omonimo romanzo di Maylis de Kerangal non è stato affatto semplice, dal momento che la vicenda di Simon che “salva” Claire gridava al rispetto di una vasta pluralità di punti di vista e imponeva, nella gestione della disperazione e della preoccupazione, una generale sobrietà. La nostra impressione è che nel film la seconda regola sia stata seguita più della prima. Lo dimostra il fatto che Riparare i viventi rifiuti per esempio di costruire un microcosmo ospedaliero frivolo come quello di un Grey’s Anatomy, insista sulla dignità di un dolore che porta a implodere più che a esplodere, e soprattutto restituisca la verità di due operazioni a cuore aperto senza indulgere nel macabro o nella facile spettacolarizzazione.
Quasi documentaristico per come immortala le fasi dell'intervento, in questa parte il film non è affatto freddo, perché prima di arrivare a quella violazione della pelle (e quindi del nostro sacro involucro) che è la chirurgia, si sofferma, con piccoli tocchi leggeri, su un’umanità in cui brulicano le emozioni e le passioni, che affiorano inevitabilmente nel luogo di lavoro. E poi ci sono il volto intenso della madre coraggio Emmanuelle Seigner, lo sguardo dolce della mamma bambina Anne Dorval - che guarda E.T. alla televisione insieme ai figli - e c’è soprattutto quell’unico flashback che ci mostra Simon che corre in bicicletta per dare il primo bacio alla ragazza che gli piace. E il suo cuore batte, e batte anche il cuore del film.
Passando al mosaico di vissuti, ai destini che si intrecciano, al passaggio del testimone da un personaggio all’altro, non sempre Riparare i viventi riesce ad accordasi al respiro del libro di partenza, restringendo il numero, per così dire, degli approfondimenti psicologici, o svelando particolari che solo la conoscenza del romanzo può illuminare di significato. E allora forse sarebbe stato meglio limitare le prospettive da cui guardare il mondo, e magari anche movimentare di più la parte dedicata a Claire, in cui il ritmo rallenta e il film si impenna prima della cavalcata finale: prima del momento in cui bisogna proprio chiedersi (ed ecco la metafisica) come mai, nonostante i progressi della medicina, l'antico dilemma della morte continui, implacabile, a tormentarci, irrisolto, durissimo, inaccettabile.

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mercoledì 15 febbraio 2017

Billy Lynn - Un giorno da eroe

Billy Lynn - Un giorno da eroe: la recensione del film di Ang Lee


Il soldato Billy Lynn (Joe Alwyn), in compagnia di alcuni suoi commilitoni e del sergente Dime (Garrett Hedlund), nel 2004 è ospite d'onore della partita dei Dallas Cowboys, nel Giorno del Ringraziamento. Billy è stato ripreso dalla telecamere mentre in Iraq si esponeva per salvare la vita del sergente Breem (Vin Diesel), senza riuscirvi. Diventa tuttavia un simbolo insieme agli altri ragazzi, ma soffre di stress post-traumatico e ha la tentazione di accettare il consiglio di sua sorella Kathryn (Kristen Stewart), antimilitarista convinta e indiretta causa del suo arruolamento. Chi è Billy?
Come spettatori ci poniamo la stessa identica domanda, ma possiamo estenderla anche al film stesso: cos'è Billy Lynn - Un giorno da eroe, tratto dall'omonimo romanzo di Ben Fountain? Una satira, come farebbe pensare l'uso di commedianti tipo Chris Tucker e Steve Martin, in ruoli patetici o ipocriti? Un dramma sentimentale in difesa dei soldati americani? Un romanzo di formazione? Un'allucinazione? Da ciascuno dei punti di vista potremmo avvallare tutte queste ipotesi: il suo regista Ang Lee, che a maggior ragione dopo Vita di Pi sa qualcosa di inganni e meccanismi psicologici di difesa, costruisce il "giorno da eroe" come una trincea psicologica nella quale ci scaglia insieme a Lynn: ci chiede di essere confusi tanto quanto Billy, in una giornata che lo riempie d'onori e specchi per le allodole, intervallata da flashback al fronte e a casa, in una centrifuga in cui coreografia bellica e allestimenti massmediatici sono indistinguibili. Gioca con l'ideologia liberal e pacifista, scegliendo persino un'attrice militante come Kristen Stewart, ma rischia grosso quando preme il pedale della retorica, trasferendo satira e disprezzo solo su chi è il mandante della guerra, donando fascino al sacrificio militare fine a stesso, teorizzato dal defunto "filosofo" sergente Breem. A ben vedere, lo sguardo sull'America che si evince dal film potrebbe essere quello sulla figura di Faison (Makenzie Leigh), la sexy cheerleader che fa girare la testa a Billy: seducente, incapace di assumere un punto di vista che non sia tradizionale, eppur sincera nei suoi limiti, perciò non davvero criticabile. E' la retorica di cui sopra a trasformare in ambiguità quella che poteva essere una provocatoria equidistanza, in grado di scatenare qualche discussione più accesa all'uscita dalla sala.
A sostenere meglio l'idea di un'identificazione totale tra pubblico e Lynn c'è la ripresa: Ang Lee e il suo direttore della fotografia John Toll sono stati i primi a girare un lungometraggio di fiction in 3D 4K a 120 fotogrammi al secondo, lì dove la normale ripresa cinematografica viaggia sui 24, escludendo gli esperimenti a 48fps di Peter Jackson con la trilogia dello Hobbit. Anche se la versione originale in 120fps si è vista solo in cinque sale (costosamente) attrezzate negli States, rimangono tracce della peculiare strategia visiva anche nella versione da noi distribuita nei canonici 24fps, comunque convertita sotto la supervisione di Lee. Il quadro, mediamente molto luminoso, è composto tanto in verticale quanto in orizzontale, al punto che il rapporto d'immagine 1,85:1 viene percepito in modo volutamente slanciato (quasi fosse un 1,5:1). In svariati campi e controcampi gli sguardi dei personaggi finiscono in macchina e non, come di consuetudine, al lato dell'obiettivo. Tutto in funzione di una sensazione di presenza esasperata, che rende il trattamento dell'immagine più sperimentale di quanto possa sembrare a prima vista, al netto dei pacchiani schermi dei cellulari fluttuanti in sovraimpressione. E' stata annunciata un'edizione home video Ultra HD 4K a 60fps (un altro primato), che sarà già più vicina all'ipernitidezza e alla disorientante fludità che Lee cercava per questo squilibrato ma curioso film. 

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lunedì 6 febbraio 2017

Il Diritto di Contare

Il diritto di contare: la recensione del film candidato a tre premi Oscar

Ci sono storie che, davvero, vale la pena vengano raccontate: e la storia di Katherine Johnson, e delle colleghe Dorothy Vaughn e Mary Jackson, è senza dubbio una di quelle. Bene, quindi, che dopo il libro che ha dedicato loro Margot Lee Shetterly, arrivi ora un film diretto da Theodore Melfi.
Il diritto di contare, va detto subito, è un feel good movie e niente di più (e non a caso in America è uscito per Natale), perché non ambisce a essere altro. Gli basta la storia, raccontarla, come è giusto e bello che sia, con una lingua semplice e diretta, senza vezzi o ambizioni di fare cinema alto e raffinato. No, qui tutto e tutti sono al servizio della storia.
Solo la vita poteva sceneggiarla così, la vicenda di queste tre donne nere che, nell'America del 1961 (nella Virginia del 1961, che, come viene ricordato, era ancora uno stato fieramente segregazionista: e parliamo di poco più di 50 anni fa), hanno dato un contributo fondamentale allo sviluppo della NASA. Senza la Johnson, in particolare, John Glenn non sarebbe stato il primo americano nello Spazio, o forse sarebbe morto in missione. Senza di lei, gli Stati Uniti non avrebbero messo piede e bandiera sulla luna.
Tutto questo grazie a Katherine Johnson. Nera. E donna. Nell'America e nella Virgina del 1961: due anni prima della marcia su Washington del Reverendo King, e quando Kennedy stava ancora lavorando sulle leggi che avrebbero garantito i diritti civili alla popolazione afroamericana e che sarebbero sfociate nel Civil Right Act, o dell'istituzione della Commissione Presidenziale sullo Status delle Donne.
Da un lato il sogno di Katherine Johnson, e di Dorothy Vaughn e Mary Jackson, quindi; dall'altro il sogno kennediano della conquista dello Spazio. Due sogni e due utopie che si sono realmente intrecciate come solo la realtà può fare, e che sono diventati realtà grazie alla capacità di poche persone di essere visionarie. Di guardare oltre i numeri, come dice Kevin Costner nei panni di Al Harrison, director of the Space Task Group, e vedere qualcosa che non c'è ancora: essere già lì, dove il resto del mondo deve ancora arrivare.
Yes We Can, si sarebbe detto fino a poche settimane fa.
Con un materiale del genere a disposizione, che praticamente si è scritto da solo, a Melfi non rimaneva moltissimo da fare, ed è stato bene attento a farlo senza commettere troppi errori. Perché, per esempio, ti spaventa subito con un incipit vagamente seppiato, nel quale la Katherine bambina vede letteralmente le forme geometriche animarsi mentre il mondo scopre il suo genio e sotto gli archi trionfano impetuosi, ma poi passa tutto il resto del film a dire "vedi? mica ho fatto quella roba lì dell'inizio."
E va anzi riconosciuto che, per un film di questo tipo, il livello della retorica e della melassa sentimentale è sorprendentemente basso. Basterebbe, in questo senso, pensare a come Melfi gestisce la storia di Katherine che deve correre per un km ogni volta che deve andare in bagno, perché nella palazzina dove svolge il suo nuovo, importante compito, di bagni per "colored" non ce ne sono: toni che, soprattutto all'inizio, sono più da commedia che da dramma.
Insomma, Melfi fa il suo lavoro; si mette al servizio della storia, e ci mette tre bravissime protagoniste (Taraji P. Henson, Octavia Spencer e Janelle Monáe), supportate da un cast bianco scelto con intelligenza: dal citato Costner, che nei film ambientati in quegli anni ci sta sembre bene, ed è burbero quanto basta, a Kirsten Dunst e Jim Parsons - bianchi un po' rigidi e un po' ariani che "non ho niente contro di voi", dicono, sottintendendo "voi" neri , esplicitando senza volerlo il problema ("Lo so. So che è quello che lei crede", gli risponde infatti Octavia Spencer) - passando per il Glen Powell perfetto per un simpatico e progressista John Glenn.
Sotto, basta archi e spazio a una colonna sonora soul e jazz che ci sta sempre bene, e sopra un po' di enfasi - legittima - sul pragmatismo positivista della scienza: perché, dice Coster sbottando sulla faccenda del bagno, "qui alla NASA la pipì è tutta dello stesso colore".
E allora ecco che te lo guardi, Il diritto di contare, ti ci rilassi davanti e quasi non ci credi che poco più di cinquanta anni fa le cose stavano in quel modo, e poi ci pensi e capisci che di passi avanti non ne abbiamo fatti ancora abbastanza, per i neri, per le donne, per tutti coloro cui viene tolto qualche diritto, negata qualche possibilità. Nonostante la scienza, la NASA, nonostante Katherine Johnson, Dorothy Vaughn e Mary Jackson. La cui storia doveva essere raccontata: anche al cinema, anche così.

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domenica 29 gennaio 2017

Ho amici in paradiso

Ho amici in Paradiso - recensione della commedia con Fabrizio Ferracane

Sono lontani, per fortuna, gli anni orribili dei manicomi lager raccontati nel 1975 nel documentario Matti da slegare di Bellocchio, Agosti, Rulli e Petraglia e aboliti nel 1978 dalla legge 180 o legge Basaglia, dal nome dello psichiatra Franco Basaglia che promosse la riforma psichiatrica. Ma le persone con disagi o handicap mentali, lievi o gravi, ci sono ancora e non esistono dopo quasi 40 anni abbastanza strutture e personale qualificato in grado di accoglierli e aiutarli. Una delle felici eccezioni, a Roma, è quella del centro Don Guanella, dove è ambientata la storia dell'opera prima di Fabrizio Maria Cortese, Ho amici in Paradiso, in concorso ad Alice nella città nell'ultima Festa del Cinema di Roma. L'autore, che conosce la struttura, fa dei disabili accolti dal centro il fulcro di una storia di redenzione narrata in forma di commedia.
Il pretesto è quello che accade a Felice Castriota (Fabrizio Ferracane), un uomo d'affari pugliese che per avidità di denaro ha scelto i partner sbagliati e che accetta di collaborare con la giustizia in cambio di un anno da passare ai servizi sociali in regime di libertà vigilata. Viene dunque mandato a Roma nel centro Don Guanella, dove, inizialmente distaccato e disgustato dal contatto coi “matti”, ci prova subito con arroganza con la bella dottoressa Giulia (Valentina Cervi), ma pian piano si converte (laicamente) grazie proprio ai rapporti con gli ospiti della struttura, sopprattutto Antonio (Antonio Folletto), un ragazzo emiplegico grave che gli racconta di aver messo in scena il Riccardo III e gli fa riscoprire la vecchia passione per la recitazione. Ma le cose si complicano quando il boss tradito, U Pacciu, uscito dal carcere e mandato ai domiciliari, invia due scagnozzi a rapirlo. Alla sua salvezza partono in tanti, incluso un gruppetto dei suoi amici pazienti in una rocambolesca corsa verso la Puglia.
È un piccolo film pieno di buone intenzioni e con momenti divertenti e toccanti Ho amici in Paradiso, il cui principale difetto è quello di mettere troppa carne al fuoco, senza riuscire a cuocerla tutta allo stesso modo. Forse per insicurezza o per eccesso di generosità, Cortese si complica inutilmente la vita, aggiungendo personaggi che non ha tempo di approfondire e che spariscono presto o restano allo spessore di comparse, come la madre di Felice o il figlio adolescente ribelle della psicologa, e trame poco probabili come la parte che coinvolge la vendetta mafiosa, che entra tardivamente nella vicenda e viene risolta frettolosamente, dopo un buffo intermezzo on the road. In fondo non ce n'era bisogno, visto che il cuore del film è l'interazione – ottima e sincera – tra veri attori e veri malati, con la loro ingenua schiettezza e ricchezza emotiva. Sicuramente per gli ospiti del Don Guanella partecipare al film è stata un'esperienza terapeutica interessante e per i bravi protagonisti – a cui si aggiungono Antonio Catania e in un piccolissimo e inedito ruolo Enzo Salvi – un momento di scambio che li avrà arricchiti come artisti e come persone. Ma ciò non toglie che la destinazione ideale per questo prodotto sembra lo schermo tv più che quello cinematografica.

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giovedì 19 gennaio 2017

Life, Animated

Life, Animated - la recensione del documentario candidato all'Oscar

Nell'agguerrita competizione che dovrà affrontare Fuocoammare di Gianfranco Rosi per la conquista dell'Oscar c'è anche Life, Animated, una toccante storia vera diretta da Roger Ross Williams, già premio Oscar nel 2011 per il cortometraggio documentario Music by Prudence. Preceduto dal premio per la miglior regia di documentario al Sundance, da quello del pubblico a Telluride, San Francisco e altri festival in tutto il mondo, arriva anche in Italia questo film sull'esperienza di una malattia terribile come l'autismo, da cui non si può guarire del tutto ma che si può in qualche modo curare, nella storia eccezionale e piena di speranza di Owen Suskind, raccontata in un libro omonmo dal giornalista del New York Times Ron Suskind, premio Pulitzer e documentata poi in questo film.
Come nella maggior parte dei bambini, anche in Owen l'autismo si manifesta intorno ai tre anni. Prima di quel terribile momento, il bambino parla e interagisce normalmente e all'improvviso si spegne come se qualcuno avesse girato un interruttore, inizia ad avere problemi motori e soprattutto perde la capacità di parlare e comunicare col mondo. Nel film, il padre paragona l'accaduto a un rapimento, come se il figlio con cui hai parlato, giocato e scherzato fino a poco tempo prima (come si vede nei filmini famigliari girati prima del manifestarsi della malattia) ti fosse stato portato via. Da lì inizia la consueta, terribile e disperante trafila di molte famiglie (e i Suskind, che sono benestanti, sono comunque favoriti rispetto ad altri nuclei famigliari), con i responsi negativi di medici e psichiatri, fino al tentativo di mandare il figlio in una scuola per ragazzi con bisogni speciali, per scoprire che proprio lì è stato oggetto di bullismo.
A un certo punto, un giorno, si apre uno spiraglio di luce quando Owen, come molti bambini appassionato dei cartoon Disney, ripete una frase de La sirenetta come se volesse effettivamente comunicare qualcosa (la frase, non casuale, è “solo la tua voce”). Il medico però gela le speranze dei genitori, spiegando che spesso gli autistici ripetono semplicemente “a pappagallo” quello che sentono, senza capirne il senso. Solo dopo qualche anno, grazie alla costanza dei genitori e a una marionetta di Jago, la maligna spalla di Jafar in Aladdin (che, per ironia della sorte, è proprio un pappagallo), il padre, calandosi nel personaggio, riesce ad avere uno scambio più lungo col figlio e pian piano, attraverso i film che conosce interamente a memoria, Owen impara di nuovo a parlare e a comunicare, fino a riacquistare l'uso del linguaggio e una certa autonomia.
Nel film lo vediamo diplomarsi a 23 anni, andare a vivere “da solo” in una struttura assistita e lavorare in un cinema, anche se è angosciosa la preoccupazione dei genitori, comune ai molti che hanno figli non autonomi: cosa ne sarà di lui quando non ci saremo più? Owen ha un fratello più grande di 3 anni, Walter, che a suo modo cerca di prendersi cura di lui, renderlo autonomi e insegnargli qualcosa della vita reale, come l'amore per esempio, visto che nel mondo Disney ci sono solo baci a fior di labbra e niente sesso. E quando Owen viene lasciato dalla sua fidanzatina è commovente assistere alla sua disperazione, convinto com'è che, se non si può vivere per sempre felici e contenti, si sarà per sempre infelici.
Dopo gli episodi di bullismo subiti a scuola, il padre scopre in cantina un blocco interamente ricoperto di disegni di Owen: erano tutti "sidekick", le classiche spalle degli eroi Disney, quelli che fanno ridere e che li aiutano a conquistare i loro obiettivi. Ai disegni era poi seguita una storia (bellissima), La terra degli aiutanti perduti", dove un bambino in una foresta li difendeva dal malvagio Fuzzburch, diventando loro protettore. È con gli indifesi, i piccoli, i deboli che Owen si identifica, promettendo di non lasciarli mai da soli. La macchina da presa di Ross Williams è molto discreta, quasi invisibile, e lascia il posto a tratti alle bellissime animazioni che Mac Guff fa della storia inventata da Owen. Colpisce – e va a merito della funzione educativa e della conoscenza della psicologia infantile dei cartoon della Disney - il fatto che per ogni stato d'animo, ogni momento della vita, bello o brutto, Owen trovi una scena e un personaggio di riferimento in film come Bambi, Dumbo, La sirenetta, Aladdin, Peter Pan, Il gobbo di Notre Dame, La bella e la bestia e Il re Leone.
La grande paura di Owen, in fondo, è comune a molti altri ragazzi, solo che nel suo caso, per la sua nuda sensibilità, è moltiplicata per mille: è la paura di crescere e di perdere la magia dell'infanzia. Il suo attaccamento alle vecchie videocassette Disney, il riprodurne i dialoghi e le voci è il suo modo per non cadere nel baratro della solitudine che spesso caratterizza la vita adulta, alla quale vuole però ardentemente partecipare. 
È un percorso di crescita quello di Owen Suskind, raccontato con passione e gioia, che dimostra come un autistico, anche se non può guarire, può comunque vivere nel mondo reale e che, come lui stesso dichiara nel suo bellissimo discorso al convegno di Rennes, ha gli stessi desideri e timori di tutti gli (altri) esseri umani.

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venerdì 6 gennaio 2017

LAUREL & HARDY


Rai Movie sta programmando, dal lunedì al venerdì, in prima serata, i film di Laurel & Hardy. È un segnale interessante, da leggersi in diverse chiavi. Succede che non solo la Rai, ma tutte le più importanti reti abbiano adottato questa politica "passatista" definiamola così. La ragione primaria è semplice: gli investimenti. È notoria e stucchevole la didascalia "non ci sono più soldi" e così occorre giocare al risparmio acquisendo prodotti a basso costo. Le grandi produzioni esistono, in termini di serie, ma vengono trasmesse dalle Pay Tv che hanno le risorse per fare del prodotto televisivo qualcosa che per qualità e ricchezza possa avvicinarsi al grande schermo. Ci sono segnali forti in questo senso, basta essere attenti alla promozione sui due schermi, oppure alla cartellonistica nelle strade: le serie tivù sono ormai prevalenti. Un altro segnale sono i divi: un tempo per un attore affermato in cinema fare della televisione era un impietoso segnale di declino. Adesso invece è una medaglia che si porta dietro contratti cospicui. Alle emittenti in chiaro dunque rimane... il fondo del barile. Anche se a volte, nel "fondo" si può rintracciare della qualità, alta magari. La miriade di emittenti produce un'overdose di offerta che brucia i programmi che vengono inseriti, quasi sempre, senza una logica di palinsesto: significa che ci sarebbero delle fasce, dei target e dei momenti che andrebbero ragionati. Invece ormai si "butta dentro", a caso, qualcuno, nello zapping finirà pure per fermarsi da qualche parte. E dunque ecco la riproposta di vecchie serie, alcune delle quali ebbero, a suo tempo, anche un ottimo gradimento. Il tempo, appunto, permette di resettare la vedibilità di certe offerte. Gran parte risente della veloce evoluzione della comunicazione e del gusto. Qualche serie invece riesce ancora ad essere credibile.
Stan Laurel e Oliver Hardy erano un disegno che appartiene geneticamente alla nostra dotazione, come una Marilyn, capiti e amati in tutti i continenti e lo sarebbero stati in tutte le epoche
Pino Farinotti
A campione: non passa giorno che da qualche parte non spunti un film di Fantozzi. A suo tempo, erano gli anni settanta, le disavventure dell'impiegato rappresentavano una bella invenzione, persino con tiepide implicazioni culturali. Adesso risultano stantie e banali. Piedone -Bud Spencer, coi suoi cazzotti è tristemente sorpassato; Monnezza - Milian anche; l'ispettore Tibbs (serie) risente pesantemente degli anni settanta; Attenti a quei due si salva, appena, per la simpatia di Curtis e Moore; anche i "Bond" di Moore annoiano, mentre resistono quelli di Connery. Miami vice ha compiuto trent'anni ma resiste, in virtù dell'investimento e di una regia non obsoleta. Sembra non risentire del tempo La signora in giallo, per la sua formula divertente e leggera e grazie alla protagonista Angela Lansbury, una fuoriclasse. Anche Colombo lo guardi ancora. Poi c'è Poirot, interpreatato da David Suchet che, fra il 1989 e il 2013 ha coperto quel ruolo ben settanta volte nella famosa serie televisiva. Questa famigliarità gli ha permesso, stagione dopo stagione di diventare, letteralmente, Poirot. E anche un amico fedele di chi ama il giallo classico e l'elegante scenario vittoriano.

In questo contesto: Laurel & Hardy. Con loro ho un rapporto. Due anni fa ho scritto, insieme a mia figlia Rossella, I cento film della nostra vita. Cercavo un'immagine, una sola, che rappresentasse tutto il cinema. Alla fine ho composto un cartello di nomination: Rhett e Rossella abbracciati in Via col vento; Gene Kelly che balla sotto la pioggia; il mimo Jean Louis Barrault sul palcoscenico in piazza di Les enfants du paradis; il cavaliere Antonius Block che gioca a scacchi con la morte ne Il settimo sigillo; il Rex che naviga su quel mare di plastica di Amarcord; Laurel & Hardy in kilt che raccolgono la spazzatura danzando intorno a un bidone ne Gli allegri scozzesi; Charlot col suo balletto del pane ne La febbre dell'oro. Ho scelto Stanlio e Ollio. Dico che nessuno come loro rappresenta il cinema nella sua opzione primaria, che è l'evasione. Nella sequenza che ho detto sopra danzano al ritmo di una marcia scozzese, con le scope in mano. Si vede che improvvisano, inventano gag, movimenti, minuetti. Stan Laurel e Oliver Hardy bastavano a se stessi. Non avrebbero nemmeno avuto bisogno della parola. Erano un disegno che appartiene geneticamente alla nostra dotazione, come una Marilyn, capiti e amati in tutti i continenti e lo sarebbero stati in tutte le epoche: penso a un Napoleone al quale presentassero la Monroe oppure a un Plauto, commediografo del terzo secolo avanti Cristo, che vedesse quella sequenza scozzese. L'invito è, "cadendo" sui due, a non scappare subito, a soffermarsi per qualche momento. Non si cambia più canale.

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