sabato 30 aprile 2016

Il cacciatore e la Regina di Ghiaccio

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Ravenna, la perfida matrigna di Biancaneve, usa a uccidere mariti per usurparne i regni, ha un passato di ignobili assassinii anche tra i suoi legami di sangue. Quando lo specchio magico le rivela, infatti, che la figlia di sua sorella Freya è destinata a spodestarla in bellezza, Ravenna non esita a porre fine alla sua neonata vita. Tale è il dolore di Freya, che risveglia nella donna l'arte sopita della magia nera e la trasforma in una regina di ghiaccio, determinata a bandire l'amore dal suo regno. È a questo fine, per addestrarli come guerrieri e vietar loro l'amore, che Freya fa rapire i ragazzini dei suoi territori e li cresce come cacciatori; e questa è anche la sorte di Eric e Sara, che, una volta cresciuti, però, all'amore non sanno e non vogliono rinunciare. 

Rispetto al film di Rupert Sanders, Biancaneve e il Cacciatore, questo è un mezzo prequel e un mezzo spin-off: un parente prossimo ma non consanguineo, quanto basta per accettare che Biancaneve non faccia parte del cast ma possano tornare a confrontarsi in bellezza i divi Chris Hemsworth e Charlize Theron. Il terzo vertice del triangolo è occupato da due figure femminili, affidate a Emily Blunt e Jessica Chastain, e solo la loro bravura di interpreti le salva da due ruoli assurdi, per ragioni differenti. La regina di ghiaccio della Blunt, autoconfinatasi in un palazzo del freddo, è un tale palese scopiazzamento in chiave dark-fantasy del personaggio di Elsa in Frozen, da sfiorare il caso diplomatico. Su tutt'altro fronte, la Chastain appare tutto fuorché nata per un personaggio boschivo e marziale come quello di Sara, e non può impedire una reazione inizialmente spaesata nello spettatore, ma è capace di rendersi plausibile in breve tempo. 
Quanto al film in sé, anche Cedric Nicolas-Troyan opta per una varietà di fonti e modelli presi dal cinema contemporaneo ben più che dal repertorio fiabesco: la compagnia dei quattro nani, l'incontro con i goblin, la quest dello specchio, da tener coperto per non indurre in basse e omicide tentazioni, guardano senza mezza termini al viaggio con e per l'anello di Tolkien e Jackson, mentre il contesto della relazione tra Eric e Sara, bambini-soldato, può ricordare alcuni momenti della saga di Hunger Games. Se si aggiunge il già citato rimando al prologo di Frozen, non tarda ad affacciarsi il dubbio che tanta varietà di modelli nasconda in realtà una scarsa materia originale e una traballante necessità di esistere del film stesso al di là della mera funzione di contenitore di star.

FONTE: mymovies.it

venerdì 22 aprile 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot

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Jeeg Robot esiste e abita a Tor Bella Monaca. Ce lo dimostra Gabriele Mainetti con il suo esordio al lungometraggio Lo chiamavano Jeeg Robot, che arriva curiosamente proprio mentre il buon Hiroshi festeggia i suoi 40 anni animati. Il regista romano si è fatto apprezzare, finendo nella shortlist degli oscar, per il corto Tiger Boy, racconto di un altro eroe mascherato, il Tiger, idolo di un bambino del quartiere romano di Corviale. Un’altra zona poco rinomata e molto citata come rappresentazione del degrado, Tor Bella Monaca, ospita Enzo Ceccotti, criminale di basso livello durante un inseguimento finisce a contatto con una sostanza radioattiva. Non l'acqua del Tevere, almeno non solo quella. A quel punto scopre di avere una forza sovrumana, un vero super potere. Cerca quindi di metterlo a frutto per il suo ladrocinio quotidiano, finendo per dover badare alla bella vicina, che non ci sta con la testa dopo la morte della madre, e vede tutto il giorno i dvd di Jeeg Robot d’acciaio.

Non sarebbe però un vero film di supereroi all’italiana (anche a scriverlo ci suona incredibile) senza un antagonista, un Loki spietato, interpretato da un sempre più convincente Luca Marinelli. Pensate, insieme all’altro protagonista Claudio Santamaria, canta anche, neanche fosse un attore di scuola britannica; e i due si riempiono pure di botte. Mainetti ha voluto mantenere libertà nel realizzare il film, da lui anche prodotto. In questo modo, rispetto ad altri recenti esperimenti come Il ragazzo invisibile, non ci troviamo di fronte a uno spettacolo edulcorato o a un supereroe per famiglie. Niente anestesia, qui, le ferite si vedono e non si curano, rimangono purulente a caricare Lo chiamavano Jeeg Robot di un valore rigenerativo che vale per i protagonisti, ma un po’ anche per un’industria cinematografica poco abituata a rischiare, a proporre prodotti italiani più articolati rispetto alla solita stanca dicotomia cinema d’autore/commedia commerciale.
Mainetti si è nutrito di fumetti, anime e cinema di genere, come molti di quelli che leggono queste righe e che andranno a vedere il film. Se ne ha conferma nel citazionismo con divertimento del film, che non diventa mai sterilmente nerd. Della tendenza al recupero di tutto quanto è pop, già masticato e diventato immaginario, il regista recupera alcune canzoni anni ’80 melodiche italiane, utilizzandole per dei momenti di respiro comico.
Lo chiamavano Jeeg Robot è il film di (un) genere italiano, quello supereroistico, che stavamo aspettando in tanti. Polposo più che pulp, pieno di carne, sangue, e con una Roma protagonista assoluta, eterna testimone sarcastica dei suoi altrettanto eterni problemi. C’è molta più profondità qui, con il mantello del genere, che in tanti didascalici e poco credibili polpettoni pseudo autoriali. Il ritmo serrato, la cura formale ben superiore al suo budget, i personaggi ben costruiti e credibili, fanno perdonare anche un certo innamoramento per i troppi finali, una lunghezza eccessiva, che sembra legata alla passione irrefrenabile di chi non vuole abbandonare questi due adorabili criminali. Aria fresca nel cinema italiano, speriamo che le finestre rimangano aperte a sufficienza per un bel ricambio d’aria. Intanto, Enzo Ceccotti sembra pronto a tornare a indossare di nuovo la maschera di Hiroshi/Jeeg in un sequel, e a noi la cosa non dispiacerebbe.
Fonte: comingsoon.it

mercoledì 6 aprile 2016

Quo Vado recensione del film

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C'è qualcosa, nell'incipit africano di Quo Vado?, che più che a Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? mi ha fatto pensare a Io sto con gli ippopotami. Una sensazione epidermica e fugace, che non ha niente a che vedere col racconto e il suo contenuto: semmai dettata da una certa qualità fotografica, o dalla regia elementare. Più ci penso, però, più mi pare significativo aver associato un film di Checco Zalone (e Gennaro Nunziante) a quelli di Bud Spencer e Terence Hill che non ai più abusati, e a sproposito citati, modelli della commedia all'italiana dei grandi nomi. 


A dispetto della scala produttiva che ha portato Checco dalla Puglia al Grande Nord, e poi in Africa, Quo Vado? conferma infatti uno stile elementare e una comicità semplice ed efficace, che mirano volutamente in basso per colpire eventualmente un po' più in alto, ma prima di tutto nel segno; che sono di grande accessibilità, vagamente infantili (Checco è sempre un bambinone, in fondo) e favolistici. Che, insomma, si differenziano nettamente dalla cinica consapevolezza dei vari Sonego e Monicelli, e rielaborano piuttosto in maniera personale la vasta eredità dell'immaginario e del linguaggio televisivo degli ultimi trent'anni. Nella loro superficie e nella grammatica di base, Zalone e Nunziante sono più vicini  a essere gli Spencer & Hill del Terzo Millennio. Ma dei Bud e Terence con le smorfie, le battute e le canzoni irresistibili al posto degli sganassoni; che hanno maturato una consapevolezza sociale e parlano in maniera esplicita e partecipe del proprio tempo e del loro paese. 

Privo di sovrastrutture spesso inutili, candido ma non ingenuo, leggero, magari demenziale ma non cretino, Zalone lavora con spirito fotografico nel catturare, ritrarre e riprodurre l'italiano dei nostri giorni, i suoi tanti vizi e le sue poche virtù. Lo sfotte, lo prende in giro, certo: ma non lo mette alla berlina con crudele senso di superiorità, non lo blandisce paternalisticamente, non lo lusinga – come troppa commedia degli ultimi decenni – mostrando i suoi difetti come fossero dei pregi. 
No. Senza mai dimenticare l'esigenza di un divertimento che deve essere popolare e trasversale, in Quo Vado? Zalone racconta, con innata istintività e la giusta dose di smaliziata furbizia, come siamo: un po' tronfi e un po' patetici, figli di una cultura  e di un mondo che ci hanno viziato e che sono svaniti sotto il nostro naso, alle prese con le ambasce dell'adeguamento ma sufficientemente resilienti per tirare avanti e cavare comunque il meglio dalle situazioni. Perfino capaci di imparare, parola quasi scandalosa nella commedia popolare italiana di oggi, e di migliorare: senza snaturarsi mai troppo, ben inteso. 
Caustico, magari, ma con affondi che arrivano con tanta nonchalance e rapidità, sommersi da un bombardamento para-televisivo di situazioni e battute, da non bruciare mai troppo (a lungo). Caustico, magari, ma mai cinico: non perché Zalone sia buono, o naïf, ma perché ha un relativo garbo e un'educazione (parola che ricorre a più riprese, in Quo Vado?) sconosciuti a buona parte dei suoi contemporanei. 

Il paradosso di Zalone, che racconta delle verità innegabili sull'essere italiani in Italia e all'estero, che gioca con evidenze talmente evidenti da scavallare ogni rischio di stereotipizzazione, è allora quello di essere un comico talmente tanto dentro il suo tempo e il suo presente, capace di rispecchiarlo raccontarlo così bene, da epurarlo da ciò che lo corrompe. Mentre, in maniera tanto progressiva quanto inesorabile, la commedia popolare italiana dell'era berlusconiana (quella televisiva prima e quella politica poi) ha celebrato più o meno esplicitamente la perdita di ogni forma di stile, la furbizia e l'opportunismo, la prevaricazione e la volgarità, soprattutto l'arroganza, nel nome di una comicità che voleva catturare lo spirito del tempo e legittimarlo, Zalone e Nunziante le hanno espulse come tossine, andando alle radici antropologiche del problema e proponendo implicitamente una soluzione altrettanto antropologica. Non si tratta di moralismo, ma dello sguardo da enfant (terrible, ma pur sempre enfant) di Zalone. 

L'uomo zaloniano, messo a confronto con orizzonti più ampi di quelli del suo ufficetto di provincia, è capace di allargare le proprie vedute, di accettare famiglie allargate, di abbandonare retoriche maschiliste, perfino di imparare a non saltare le code o non suonare il clacson al semaforo. Certo, basta colpirlo nel profondo del suo essere, basta che veda Al Bano e Romina nuovamente assieme sul palco di Sanremo, per rischiare di perdere tutto questo e tornare sui suoi passi; ma qualcosa dentro di lui è cambiato per sempre, anche se qualcosa rimarrà per sempre uguale. Ha subito un mutamento antropologico: qualcosa di ben più profondo della superficialità della sociologia facilona dei Vanzina e dei cinepanettoni. 
È grazie a questo mutamento che Quo Vado? si può permettere un finale che apre una speranza per il futuro. Quella speranza figlia di un rinnovamento che non ha nulla a che vedere con la rottamazione o con 80 euro in più in busta paga, o qualche migliaia di arrotondamento al TFR. Se lo può permettere e senza odorare di buonismo veltroniano, ma chiudendo la sua parabola con dei toni favolistici e infantili, con un lieto fine in linea con un tono generale che è quello dei film di Bud Spencer e Terence Hill: con le smorfie, le battute e le canzoni irresistibili al posto degli sganassoni. E con tanta consapevolezza in più. 

Fonte: comingsoon.it